Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Obama spera in un incontro Shimon Peres-Mohamed Morsi sarebbe d'aiuto per le prossime elezioni in Usa. Cronaca di Francesco Battistini
Testata: Corriere della Sera Data: 30 agosto 2012 Pagina: 12 Autore: Francesco Battistini Titolo: «Stretta di mano Morsi-Peres, la foto sognata da Obama»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 30/08/2012, a pag. 12, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo " Stretta di mano Morsi-Peres, la foto sognata da Obama ".
Barack Obama, Shimon Peres, Mohamed Morsi
Francesco Battistini
GERUSALEMME — E se?... E se il gran botto finale di Obama fosse una stretta di mano tra il fratello musulmano Mohamed Morsi e il nonno sionista Shimon Peres? La stampa israeliana lo scrive senza i «se»: il presidente americano, che in quattro anni non s'è mai visto a Gerusalemme (al contrario del rivale Romney) e invece andò subito al Cairo per il famoso discorso al Medio Oriente, sta facendo l'impossibile per unire la strana coppia a fine settembre, assemblea generale dell'Onu, in una photo opportunity un po' simile a quella del 2010 (ormai sbiadita) con Netanyahu e Abu Mazen. Gli sherpa ci lavorano da mesi, confida un anonimo funzionario. Location alternativa, se non andasse bene New York: il Cairo. Come pre-condizione, gli egiziani avrebbero chiesto di non incontrare il duro premier israeliano: meglio il vecchio presidente. Lo stesso Netanyahu non si sarebbe offeso, anzi: si può regalare una soddisfazione all'inviso Obama, sotto voto, se ciò significa una piccola pace col nuovo vicino cairota. Siamo, appunto, ai «se». A metà fra i colpi di genio e i colpi di sole. Con qualche indizio, però, che il ministro degli Esteri israeliano non smentisce: «Morsi — dice Lieberman — potrebbe venire anche qui...». In realtà, l'unico da convincere è proprio il presidente egiziano. Che in America ci andrà comunque: a ritagliarsi un ruolo di garante per la stabilità nella regione, stretto dal bisogno di non deprimere l'esercito e l'economia nazionale, rompendo con Washington, né d'irritare le fratellanze più estremiste, vellicando i satana occidentali. «L'Egitto prenderà, nel solco della sua politica estera, ogni iniziativa che sia nei suoi interessi», ha detto Morsi due giorni fa. Di più: «Noi non siamo contro nessuno», ha risposto a chi gli chiedeva dei futuri rapporti con Israele, «le relazioni internazionali non si costruiscono sulle rotture, ma su colloqui a vario livello...». Parole rassicuranti, forse, non rivoluzionarie: l'Egitto neoislamico è già pronto a forzare l'agenda, scatenando l'ira della santa alleanza antisionista? «Improbabile», commenta una fonte della Lega araba a Ramallah: «Morsi chiede che Israele sia un buon vicino, non un amico: tratta sul Sinai, vuole rinegoziare il prezzo del gas...». Ma gli preme di più ricucire con Teheran, che non ha rapporti con l'Egitto dai tempi dello Scià. Strano: queste rivelazioni escono mentre Morsi è in Cina ed è atteso in Iran, i nemici più temuti a Washington. Qualcuno lo sta tirando per la jalabiya?
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