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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
25.07.2012 Tikkun Olam, uno dei precetti più importanti dell'ebraismo
Nei due libri letti e commentati da Fiamma Nirentein

Testata:
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Dal '48 a Eichmann, perchè Israele alza ogni volta la testa»

Sul GIORNALE di oggi, 25/07/2012, a pag.31, con il titolo " Dal '48 a Eichmann, perchè Israele alza ogni volta la testa ", Fiamma Nirenstein commenta due libri, "1948" di Yoram Kaniuk e " La casa di via Garibaldi" di Isser Harel.
Ecco l'articolo:

in alto, Yoram Kaniuk
in basso, Isser Harel

Fiamma Nirenstein

Che può esserci in comune fra due libri abissal­mente lontani come 1948 di Yoram Kaniuk, edito dalla Giuntina, e La casa di via Garibal­di di Isser Harel, Castelvecchi editore? A leggerli di se­guito si capisce: contengono uno dei segreti più im­portati del popolo ebraico, quello di una imprevedi­bile risposta vitale ad ogni evento, anche il più luttuo­so e persecutorio, e dell’impulso morale che gli ha consentito di curarsi le più immani ferite. È il «tikkun olam» la base filosofica dell’ebraismo, «curare il mondo» per aiutare il Padre Eterno a farlo migliore. Kaniuk racconta la pazzesca guerra del ’48 in mo­do opposto all’iconografia eroica ufficiale: una guer­ra è una sentina di orrore, e ancora di più lo è quando cinque eserciti arabi salta­no addosso a un Paese in cui una banda di ragazzi, con qualche giovane uo­mo confuso alla testa (spunta anche Rabin, o il grande capo di stato mag­giore «Dado») si battono senz’ordine subito dopo la partizione approvata dal­l’Onu. La morte diventa una mietitrice impazzita, dato che lo scrittore raccon­ta se stesso a diciassette an­ni, un ragazzo che non sa nulla e si trova sul campo a conquistare una patria nel mezzo di interrogativi fra i più assoluti: il senso di col­pa verso gli arabi che pure compiono efferatezze mai viste,l’eroismo obbligatorio di ragazzini appena arri­vati sul suolo d’Israele in uno scontro per la vita e per la morte non di un uomo, ma di un popolo. I ragazzi che combattono insieme a Kaniuk sulla via di Bur­ma, nel Gush Etzion, a Gerusalemme, che muoiono come mosche, sono infatti spesso sbarcati poco pri­ma da una qualche nave che li ha trasportati dall’Eu­ropa reduci dai campi di sterminio.
Le loro avventure con un vecchio fucile cecoslovac­co in mano, senza saper sparare, senza sapere chi è il nemico, compongono il disegno eroico della soprav­vivenza del popolo ebraico, nonostante tutto.
Le memorie di Isser Harel, capo del Mossad, sulla cattura di uno dei più importanti organizzatori e per­petratori dello sterminio degli ebrei, Adolf Eich­mann, hanno a loro volta il senso della nemesi. Il se­gno
è quello della giustizia nonostante tutto. Passo passo le avventure di Harel e dei suoi, in una fredda Buenos Aires, dove Eichmann si è nascosto, portano alla cattura e all’affermazione di un principio genera­le, la capacità del popolo ebraico,fattosi Stato d’Isra­ele, di ricostruire la memoria e ristabilire la giustizia laddove sembrava ormai impossibile. La cronaca delle cattura è un giallo mozzafiato, con almeno una quarantina di personaggi la cui umanità, la cui rab­bia, vengono addomesticata dalla necessità del mo­mento. Spesso infatti è un silenzioso figlio della Sho­ah a verificare le informazioni ricevute, ispezionare il terreno del rapimento,preparare i documenti,l’at­trezzatura, le auto. Una volta catturato Eichmann, comincia la parte più conturbante, quella del contatto fra i carcerieri e questo ometto, pronto a diventare di nuovo uno schiavo compiacente come certo era stato col regi­me nazista. I suoi carcerieri sono quasi tutti soprav­vissuti alla Shoah o figli di persone uccise, e quindi il giallo di Harel è carico del pathos dei sopravvissuti che piangono e vivono il loro disgusto restando a con­tatto col prezioso prigioniero e avendone ossessiva cura. Zvi Guttman, il vicecapopilota, non può per esempio sopportare che uno dei suoi colleghi dia al criminale una sigaretta: «Non vedeva Eichmann ... vedeva il fratellino Zadok trascinato via da un solda­to tedesco. Era così piccolo Zadok aveva solo sei an­ni... era troppo piccolo per vivere ma grande abba­stanza per morire... Zvi perse il controllo di se stesso e scattò: “Lei gli dà le sigarette, lui ci ha dato il gas”». Nonostante tutto, il vicecapopilota Guttman garantì il trasporto del prigioniero fino a quel tribunale in cui per la prima volta fu delineata da Israele l’intera sto­ria della Shoah.


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