Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Vladimir Putin in visita in Israele tante belle parole politically correct. Cronaca di Francesco Battistini
Testata: Corriere della Sera Data: 26 giugno 2012 Pagina: 19 Autore: Francesco Battistini Titolo: «Putin cerca la sponda israeliana»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 26/06/2012, a pag. 19, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo "Putin cerca la sponda israeliana".
Vladimir Putin con Bibi Netanyahu
Vignetta d'un giornale di Tel Aviv: Putin che scende dall'aereo, vede due dei suoi che scaricano un missile e sbotta, «idioti, siamo atterrati in Israele, non in Siria!». Il breve giro mediorientale del presidente russo, che oggi prosegue nei Territori palestinesi e in Giordania, è cominciato dalla casella più difficile. Non perché le sue relazioni con la classe dirigente israeliana siano cattive, anzi: dai tempi dell'Urss, non c'è stato un leader più filoisraeliano di Vladimir Vladimirovic. Che fu il primo uomo del Cremlino a rompere il tabù, nel 2005, con lo storico abbraccio all'ex nemico sionista. E che alla compagnia di molti leader arabi, notoriamente, preferisce quella del ministro russofono degli Esteri, Lieberman. E che sfiorando la gaffe, una volta, mostrò pubblico apprezzamento per le performance dell'ex presidente israeliano Katsav, oggi in carcere per violenza sessuale. E che in Israele, con oltre un sesto della popolazione immigrata dalla Russia, con un partito di governo espressione di questa potente minoranza, è atterrato a inaugurare un monumento ai caduti dell'Armata Rossa. No, stavolta la ragione di questa visita è di stretta «geopolitica»: riequilibrare la posizione di Mosca, spinta a un pericoloso isolamento regionale dal suo appoggio a Siria e Iran, la prima foraggiata d'armi e di favorevoli veti in sede Onu, il secondo con tecnologie nucleari e risoluti no alle sanzioni internazionali. Gl'israeliani si sono ben guardati dall'irritare l'ospite, ben sapendo che serve altro a fargli cambiare idea. Ma ne hanno capito il bisogno di mostrarsi più spregiudicato e, in cambio di qualche contratto energetico, si sono prestati a far da sponda. S'è parlato così dei massacri di Assad e della Bomba di Ahmadinejad, certo. Si sono «condivise le preoccupazioni», chiaro. S'è sollecitato un «processo democratico indipendente» in Egitto, ovvio. Ma più che altro s'è dato un segnale tutt'intorno: «I russi sono il perno d'ogni cambiamento sia a Teheran che a Damasco — spiega un diplomatico israeliano — temono sia l'islamismo, che può contagiare le repubbliche caucasiche, sia le rivolte "stile Kosovo o Ucraina", dietro cui può nascondersi la mano americana. Hanno paura della Turchia e sospettano d'Israele. È il momento migliore per vedere che carte vogliono giocare».
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