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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Giornale Rassegna Stampa
06.05.2012 Guantanamo: inizio del processo
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 06 maggio 2012
Pagina: 16
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Il processo all'11 settembre non assolve l'inerzia di Obama»

Fiamma Nirenstein commenta il prossimo processo a Guantanamo. Sul GIORNALE di oggi, 06/05/2012, a pag.16, con il titolo " Il processo all'11 settembre non assolve l'inerzia di Obama":

Fiamma Nirenstein                               Khaled Sheik Moham­med                       

Comincia presso il tribunale militare di Guantanamo quello che già si chiama il processo del se­colo: si tratta, stabilendo se i cin­qu­e imputati che furono probabil­mente e per ammissione di alcuni la mente dell'attentato delle Twin Towers dell'11 di settembre 2001, di verificare la verità sulla perver­sione di un attacco inenarrabile che distrusse le vite di 2976 inno­centi, e anche la nostra capacità di reazione, la sua più interna natu­ra, la capacità di difenderci dal ter­rorismo. Quando diciamo «no­stra » intendiamo qui quella lea­der, del simbolo della salute e del­le malattie dell'Occidente, gli Usa. E quindi, dell'uomo che li rap­presenta, il presidente Obama. La prima occhiata all'aula, al senti­mento che circondano il processo e non consente grande ottimi­smo: di fronte alla possibilità di processare i grandi assassini del suo popolo l'America, Obama, sembrano vacillare. Prima di di­scutere il terrorismo, il suo stato at­tuale, l'arma migliore per batter­lo, ricomincia la tiritera occidenta­le­contro il fatto usare le leggi mili­tari, per altro riviste dal congresso e mitigate alquanto per il proces­so contro Khaled Sheik Moham­med, «la mente», Ramzi bin al Shi­bh, Ali Abd Azuiz Alì, Mustafa Ah­med al Hawasan, Walid Bin At­tash. Hanno portato guerra gli Usa e a tutto il mondo occidenta­le, oppure hanno semplicemente compiuto un atto criminale per il quale dovevano essere semplice­mente processati dal tribunale ci­vile di Manhattan? Guerra o azio­ne criminale?
Obama non ha avuto l'animo di completare l'aspirazione a diven­tare l'anti­ Bush ultimativo, e anzi, ha talmente vantato nell'anniver­sario l'uccisione di Bin Laden da far pensare che il terrore per lui sia importante quanto lo era per Bu­sh. E Guantanamo è ancora in pie­di e là si svolge il processo.
Il suo ca­rattere di Re Tentenna dunque non garantisce nè i diritti umani secondo la lezione della sinistra, nè la lotta al terrore di cui ora si di­chiara campione. Obama ha ab­bandonato le folle sanguinanti nelle piazze iraniane nel 2009, sul­la Siria non ha aiutato a fermare l'eccidio di 10mila persone, con la Cina non ha la forza neppure di di­fendere fino in fondo un dissiden­te, sulla Primavera Araba non di­ce parola sui Fratelli Musulmani. Ma quando firmò nel dicembre il National Defense Authorirization Act che permette la detenzione in­definita a Guantanamo dichiarò di «essere perplesso». Cara perso­na. Oggi anche il processo avvie­ne così, invece che come un gran­de momento di presa di coscienza sulla guerra al terrore, una quieta e decisa rivisitazione dell'intera questione del terrorismo, la no­stra guerra, all'ombra della per­plessità sul tema dei diritti umani.
L'ex procuratore capo di Guan­tanamo so­stiene che non dovreb­bero essere ammesse come prove
le prese di posizioni dei prigionie­ri stessi, i loro avvocati sostengo­no che quando hanno dichiarato di essere orgogliosi di ciò che han­no fatto nel loro «martedì santo» non confessavano affatto la loro colpevolezza. «Ci ucciderete tut­ti » hanno gridato in aula, dopo aver pregato e preteso che uno de­gli avvocati, donna, si coprisse il volto. Vedremo il New York Times e le sue moltitudini newyorkesi quanta attenzione porranno su Guantanamo, e quanta sul terrori­smo. Solo le famiglie degli uccisi, di cui sei membri estratti a sorte as­sistono al processo, sanno cosa pensare: Cliff Russell il fratello del vigile del fuoco Stephen ha detto che sa di trovarsi di fronte al «più disgustoso, odioso, orribile crimi­ne che si possa immaginare », e lui spera nella pena di morte. Non co­sì Susan Sisolak che ha perso il ma­rito Joseph: non le importa quale sarà la pena, ma si deve garantire che quello che è accaduto non ac­cada mai più. Si deve vincere la guerra. Ma Obama lo vuole?

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