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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
08.04.2012 Un Occidente senza visione abbocca ai trucchi della Siria
Analisi di Livio Caputo

Testata:
Autore: Livio Caputo
Titolo: «Un Occidente senza visione abbocca ai trucchi della Siria»

Sul GIORNALE di oggi, 08/04/2012, a pag.12, con il titolo " Un Occidente senza visione abbocca ai trucchi della Siria ", il commento di Livio Caputo sui compromessi che caratterizzano l'atteggiamento occidentale nei confronti della Siria.
Ecco il pezzo:

Dopo oltre un anno di rivolte, progressivamente degenerate in guerra civile, per la Siria sta per scoccare l'ora della verità: in base al cosiddetto piano Annan, appro­vato dal Consiglio di Sicurezza con l'assenso anche di Russia e Ci­na e accettato dal presidente As­sad, martedì 10 aprile il regime do­vrebbe completare il ritiro dell' esercito dalle principali città e nel­le 48 ore successive sia le truppe governative, sia i ribelli dovrebbe­ro cessare le ostilità. Sarebbe il pri­mo passo per tentare una soluzio­ne pacifica, in cui Assad aprireb­be prima alle opposizioni e dopo un periodo di transizione passe­rebbe la mano. Il problema è che nessuno si fida della sua parola: troppe volte ha già finto di acco­gliere gli inviti della comunità in­ternazionale a porre fine al massa­cro (quasi diecimila morti in un anno, di cui - per la verità - da due a tremila appartenenti alle forze di sicurezza) per continuare im­perterrito con le operazioni milita­ri contro quelli che definisce «ter­roristi al soldo di Paesi stranieri». Sebbene Damasco abbia fatto sa­pere di avere già tolto l'assedio a Deraa e Idlib, due degli epicentri della ribellione, anche ora le previ­sioni non sono ottimiste. L'amba­sciatore americano a Damasco Ford ha reso noto che, in base alle osservazioni satellitari, i movi­menti di truppe sono stati finora trascurabili e in buona parte fitti­zi. Il ministro degli Esteri francese Juppé ha dichiarato: «Come si fa a non essere pessimisti?» e lo stesso segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, principale promotore del piano Annan, ha condannato ancora poche ore fa il regime per­ché, nonostante gli impegni as­sunti, continua ad uccidere.
Secondo fonti dei rivoltosi, ci sa­rebbero stati 77 morti giovedì, 35 venerdì e oltre 80 ieri, e 3.000 per­sone hanno cercato rifugio nella
vicina Turchia. Ad ogni buon con­to, l'Onu si prepara a inviare in Si­ri­a da 200 a 250 osservatori per mo­nitorare il rispetto di un eventuale cessate il fuoco; e l'Italia darà, per finanziare questa operazione, un contributo di 650mila euro.
Su un punto sono tutti d'accordo: il piano Annan rappresenta l'ulti­ma speranza per mettere fine allo spargimento di sangue senza un intervento militare esterno, che solo la Lega Araba, con Arabia sau­dita e Qatar in testa, sponsorizza­no ma che l'Occidente ha già vir­tualmente escluso. In vista della possibilità che, ancora una volta, la mediazione internazionale falli­sca, lo scorso weekend i rappre­sentanti di oltre ottanta nazioni «amiche del popolo siriano» (tra
cui il Segretario di Stato america­no Hillary Clinton, ma né un rus­so, né un cinese) hanno incontra­to a Istanbul i principali esponen­ti del Consiglio nazionale siriano, sorta di governo provvisorio in esi­lio che afferma di coordinare la ri­volta. Obbiettivo della conferen­za era di esaminare come il mon­do esterno poteva aiutare a scon­figgere Assad, ma la montagna ha partorito un topolino: la promes­s­a da parte dei Paesi arabi interes­sati a sostenere una rivolta guida­ta da sunniti contro un regime alawita (setta di ambito sciita) di mettere a disposizione del Cns un centinaio di milioni di dollari da distribuire ai combattenti e l'im­pegno degli Usa a fornire aiuto umanitario e materiale di comuni­cazione.
La consegna diretta di ar­mi non è stata neppure presa in considerazione.
In attesa del 10 aprile, ci si doman­d­a quali fattori possano influenza­re le decisioni di Assad. Non c'è dubbio che le severe sanzioni comminate contro il regime e che, con la significativa eccezione di Russia e Cina, tutti rispettano, ab­bia già minato profondamente la solidità del regime, alienandogli buona parte della borghesia mer­cantile che lo aveva sempre soste­nuto.
Altrettanto certo è che, nell' ultimo mese, la ribellione si sia estesa da alcune province all'inte­ro Paese, comprese Damasco ed Aleppo, e che un numero crescen­te di soldati stia disertando per unirsi agli insorti, spesso portan­do loro in dotazione le armi. Infi­ne, sono cominciate le defezioni di ministri, alti funzionari e anche ufficiali delle forze armate, ansio­si di riposizionarsi per tempo.
Con la prospettiva di una fine cruenta del suo potere, in cui ri­schia di perdere la vita, il presiden­te potrebbe anche essere tentato da un piano che, almeno sulla car­ta, gli garantisce la sopravvivenza e gli lascia un po' di spazio di ma­novra. Ma è solo una speranza,
per non dire un'illusione.

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