Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Italia e Israele, quando l'ispirazione supera ogni mare A Tel Aviv la nuova galleria di Ermanno Tedeschi
Testata: Corriere della Sera Data: 08 maggio 2011 Pagina: 39 Autore: Francesco Battistini Titolo: «Italia e Israele: quando l’ispirazione supera ogni mare»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 08/05/2011, a pag. 39, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo "Italia e Israele: quando l’ispirazione supera ogni mare".
Ermanno Tedeschi
C’ è una domanda che prima o poi facciamo tutti, quando andiamo a intervistare Amos Oz, Yehoshua o qualsiasi scrittore israeliano: perché le vostre opere piacciono tanto agli italiani? C’è una risposta, suppergiù la stessa, che qualche settimana fa Oz ci ha riassunto così: «Forse perché abbiamo linguaggi diversi ma ci affacciamo sullo stesso mare» . È lo stesso mare che un gallerista italiano, Ermanno Tedeschi, ha deciso d’attraversare per tentare nell’arte un’operazione simile a quella già sperimentata in letteratura: contaminare quei linguaggi, shakerarli, restituirli oltreconfine. «Volevo aprire una quarta galleria a New York — racconta lui, che a 14 anni già veniva volontario nei kibbutz—. Poi una sera a Gerusalemme, guardando il Muro del Pianto, mi sono detto: e se lo facessi qui?» . L’ha fatto: il 6 giugno a Neve Tzedek, nel trendissimo quartiere del Bauhaus di Tel Aviv che ha appena spinto Madonna a comprar casa, con l’inaugurazione di ET Gallery e della collettiva World, l'arte italiana getta l’àncora in Israele. Per restarci. Sono anni che ci lavora, Tedeschi. «Gallerista, anche» , lo definisce Arturo Schwarz nell’introduzione al catalogo, con una virgola duchampiana. Nipote di quel Professor Ermanno che Bassani narrava nel Giardino dei Finzi-Contini, assessore liberale a Torino, già presidente degli Amici del Museo di Tel Aviv, ora alla Fondazione Elio Toaff, Tedeschi ha avuto molti lavori e un solo amore: «A 18 anni ho comprato la mia prima opera, un De Paris. Da dieci, non faccio altro» . Da tempo scommette sugli israeliani, «artisti spesso sconosciuti in Europa, ma che hanno grande valenza di qualità e d’espressione» . È stato il primo a portare da noi Menashe Kadishman e le sue pecore: «Oggi lo conoscono tutti, una sua opera è stata donata anche al Papa. Ma ce n’è voluto: ha presente — domanda ironico— Le vacanze intelligenti di Alberto Sordi, lui e la moglie che vanno alla Biennale e, poveretti, si trovano in mezzo al gregge colorato di Kadishman senza capire che cosa sia? Ecco, vorrei che per l’arte israeliana finisse quell’incomprensione» . A Neve Tzedek, 14 artisti fino a settembre, fra giapponesi e coreani, la scommessa è soprattutto sulle installazioni, le pitture, le sculture, i video degli italiani: i vortici di barchette di Riccardo Gusmaroli, la poesia dell’infanzia di Valerio Berruti («uno che viene dalle Langhe e lavora con nulla» ), i ritratti iconici di Barbara Nahmad, la cabala di Tobia Ravà, le luci d’un israeliano a Roma come Shay Frisch Peri. «È un progetto culturale, per ora senza guardare troppo al mercato. Se vogliamo un’arte che si mescoli, Neve Tzedek è la vetrina perfetta per dare respiro internazionale a questa scelta» . Il più vecchio quartiere di Tel Aviv, uno spazio riadattato con Jenny Hannuna, case basse a metà fra la Jaffa araba e la nuova Città Bianca: è qui che abita l’Israele più laico e aperto, geloso di un’identità eppure pronto a sporcarsi con le culture d’un Paese costruito dagl’immigrati di 80 Paesi diversi. Il titolo World, scelto da Luca Beatrice, è la traduzione di questo mondo: «Vogliamo che l’arte sia ponte— dice Tedeschi —. Ospiteremo anche artisti palestinesi. Il linguaggio globale comincia così, sconfinando nei territori, scavalcando barriere, facendo circolare persone e idee» . Un giorno, disse Yehoshua al giuliano Claudio Magris: beato te che sei cresciuto lungo una barriera, anch’io ho una gran voglia di confini territoriali per sentirmi a casa mia… Gli rispose Magris: vero, caro Abraham, ma se voi ebrei siete diventati il simbolo dell’universale umano, è anche perché avete imparato ad attraversare tutti i ponti.
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