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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
06.03.2011 Il ruolo di al-Jazeera nella rivolta
L'analisi di Livio Caputo

Testata:
Autore: Livio Caputo
Titolo: «Ecco perchè Al Jazeera soffia sulla rivolta»

Con il titolo "Ecco perchè Al Jazeera soffia sulla rivolta", Livio Caputo analizza oggi, 06/03/2011, a pag.12, sul GIORNALE, il ruolo della Tv al-Jazeera nella rivolta nei paesi arabi.


Livio Caputo

Tra le tante cose false che Gheddafi racconta nei suoi di­scorsi, ce n’è una sicuramente ve­ra: le televisioni straniere, e in par­ticolare l’emittente satellitare pa­naraba Al Jazeera , svolgono un ruolo fondamentale nella rivolta libica, diffondendo notizie che alimentano la rabbia degli insorti e influenzano anche le decisioni politiche degli altri governi. Dal momento che la TV del Qatar ha avuto una parte analoga anche in Tunisia e soprattutto in Egitto, viene da chiedersi se i suoi giorna­listi hanno semplicemente esage­rato nella loro ricerca dello sco­op, o se avevano davvero l’inten­zione di soffiare sul fuoco. E in questo secondo caso perché, vi­sto che il loro datore di lavoro, l’emiro Hamad bin Khalifa,sovra­no assoluto di uno dei Paesi pro­duttori di petrolio del Golfo, po­trebbe essere a sua volta investito dai venti rivoluzionari?
Al Jazeera rappresenta una del­le novità più importanti del mon­do dei
media, fornendo per la pri­ma volta informazioni e servizi non censurati ai 300 milioni di arabi sparsi tra Atlantico e Ocea­no indiano. Da quando ha l’edi­zione inglese è diventata una fon­te rilevante di notizie anche per noi occidentali, soprattutto da Africa ed Asia. Grazie ai petrodol­lari dell’emiro, dispone oggi del­la più vasta rete di corrisponden­ti, più della CNN o della BBC . Ave­va già dato spesso fastidio ai regi­mi autocratici e in particolar mo­do alla monarchia saudita, ma mai era stata protagonista degli eventi come dall’inizio della rivol­ta araba. Le sue «dirette» dal Bou­levard Burghiba a Tunisi e da piazza Tahir al Cairo, accompa­gnate da un flusso ininterrotto di flash e interviste di sostegno, han­no fornito a tunisini ed egiziani informazioni in tempo reale sul­l’andamento della rivolta, ali­mentandola e incoraggiandola.
In Libia, che è stata per molti
giorni terreno proibito per i me­dia occidentali, Al Jazeera si è su­perata, ma è anche incorsa in un numero impressionante di «infor­tuni »: ha dato credito alla voce di una fuga di Gheddafi in Venezue­la, ha attribuito a un inesistente membro libico della Corte pena­le internazionale la valutazione (subito ripresa da tutti) di dieci­mila morti e cinquantamila feriti, ha scambiato i loculi di un norma­le cimitero per fosse comuni, ha riferito della conquista da parte dei ribelli della base aerea di Miti­ga tuttora saldamente nelle mani di Gheddafi e si è - secondo molti testimoni - inventata quel bom­bardamento della folla da parte di Mig ed elicotteri che è all’origi­ne della decisione occidentale di chiedere le dimissioni del colon­nello e appoggiare i rivoltosi. An­che se successivamente smenti­te, queste notizie hanno infiam­mato i cittadini e incoraggiato le defezioni di molti militari e fun­zionari.
Dal momento che è improbabi­le che l’emiro abbia perso il con­trollo della sua creatura, o non si renda conto degli effetti che pro­duce, il mondo si chiede che cosa ci sia dietro. Finora egli non è sta­to contestato dal suo milione di sudditi, e in una classifica compi­la­ta da Merrill Lynch il Qatar è sta­to definito il più stabile dei quin­dici Paesi arabi. Dal 2004 ha una Costituzione e un Consiglio eletti­vo, èal 40˚postonell’indicedisvi­luppo umano e le risorse di petro­lio e di metano gli garantiscono un elevato reddito pro-capite. C'è tuttavia un particolare inquie­tante: di tutte le monarchie del Golfo, è quella considerata più vi­cina all’Iran.
Al momento nessuno, neppure i servizi americani, riescono a ca­pire quali siano le reali intenzioni di Hamad bin Khalifa. Ma, appli­cando il proverbio «Non c’è fumo senza arrosto», si conclude che qualche idea un po’ eterodossa ce la deve avere.


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