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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Rassegna Stampa
02.03.2011 Libia, Obama continua a tentennare
Analisi di Fiamma Nirenstein

Testata:
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «I dubbi dei progressisti Usa: bombardare o no Gheddafi»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 02/03/2011, a pag. 1-13, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "I dubbi dei progressisti Usa: bombardare o no Gheddafi".

A destra, Obama mentre NON si sta rivolgendo ad Ahmadinejad


Fiamma Nirenstein

«If you have to shoot, sho­ot, don’t talk» dice Lee Van Cleef in Il buono, il brutto e il cattivo , mentre fa fuori l’as­sassino che era venuto per ac­copparlo e invece si è perso in inutili minacce. La parabo­la non ha niente di feroce, è solo realistica: noi parliamo e parliamo e intanto i destini si compiono. Anche i destini di giovani, donne, bambini innocenti, se non viene fermato il tiranno determina­to a sedersi sul cumulo delle loro vite. Anche adesso che, dopo un biennio di tentenna­menti obamiani, gli Usa cer­cano di mostrarsi decisi di fronte alla rivolta del mondo arabo, Hillary Clinton ha cer­cato tuttavia di esorcizzare la memoria recente di un’America troppo interven­tista dicendo e negando, vo­lendo e rifiutando. Interveni­re sì, ma con juicio , fermare Gheddafi, ma senza armi. La Clinton sa bene che uno dei motivi principali dell’elezio­ne stessa di Obama è sempre stata la sua violenta contrap­posizione alla figura di Geor­ge W. Bush e al rifiuto del te­ma dell’esportazione della democrazia sulla punta del­la lancia. Adesso Clinton è in imbarazzo: mentre da una parte sostiene con determi­nazione e a ragione che Gheddafi deve lasciare il po­tere, anzi, che deve andarse­ne dalla Libia, anzi, che per gli Usa «tutte le opzioni sono sul tavolo», torna sulla neces­sità di evitare l’uso della for­za militare. Lo dice però mentre il Pentagono muove verso la Libia le proprie for­ze militari, con la nave d’as­salto anfibio Kearsarge, che ha a bordo elicotteri e 1.800 marines, che si avvicina alla costa, mentre la Nato deve mettere in atto la no fly zone e abbattere eventualmente i Mig libici che si levassero in volo. Non lo si può fare man­dando un mazzo di rose. L’Inghilterra ha già inviato i suoi aerei C130 per far allon­tanare i suoi connazionali dal deserto: ci è riuscita, ed è un miracolo che non ci siano stati scontri. Anche noi ades­so che il trattato è sospeso ab­biamo i nostri porti in condi­zioni di servire da eventuali basi per azioni militari. Intanto Gheddafi, lo ripete e lo dimostra, non ha nessuna intenzione di andarsene: è indebolito, ma non vinto. I suoi nemici non riescono a penetrare a Tripoli la sua for­tezza fatta di intimidazioni spietate, di potere, di armi puntate, di cieca fedeltà. In secondo luogo, ci sono mol­te ragioni di pensare che il raìs voglia ancora combatte­re. È di ieri la notizia apparsa sul Telegraph che nel deser­to gli inglesi hanno trovato depositi di 14 tonnellate di gas mostarda, un’arma non convenzionale uguale a quella che usò Saddam Hus­sein contro i curdi facendo­ne immensa strage.
Alla giornalista Christiane Amanpour, dopo averle fat­to una gran risata sul muso quando gli ha chiesto se in­tendeva mollare, Gheddafi ha detto che si era autobom­bardato dall’aria due deposi­ti
di armi a Bengasi per dimo­s­trare la sua antipatia per la violenza armata. Figuriamo­ci. Fatto sta che due depositi sono stati bombardati davve­ro, così come qualcuno già si aggira probabilmente fra i ri­belli di Bengasi per dar loro manforte. E si sa benissimo che la Nato starebbe metten­do a punto una forza aerea per mandare armi ai ribelli. Insomma, l’ipotesidi ferma­re il ben rintanato Gheddafi con la forza pare realistica. Gheddafi, come una stella che si spenge lanciando altis­simi e distruttivi getti di ma­teriale infuocato, può anco­ra uccidere molto, impazzi­re ulteriormente, fare molto male. Ahmad Chalabi, il lea­der sciita che fu fra i primi co­raggiosi dissidenti iracheni, racconta come nel 1991 alla fine della prima guerra del Golfo Saddam Hussein aves­se perduto 14 delle 18 provin­ce irachene e si trovasse con l’esercito in stato comatoso e la sua fanatica guardia per­sonale, molto simile a quella di Gheddafi, a pezzi. Ma Co­lin Powell ( allora capo di Sta­to maggiore) e Brent Scowcroft convinsero Bush a dare a Saddam la possibili­tà di far volare i suoi aerei mi­­litari per calmare i rivoltosi. Si temeva l’incontrollabilità di una situazione irachena impazzita. Il risultato fu una strage spaventosa di circa 330mila iracheni, mentre gli americani stavano a guarda­re. Dice Chalabi che non è un caso che Gheddafi abbia menzionato l’Irak nelle sue folli tirate, è una minaccia di usare la forza bruta. È uno sberleffo alla paura dell’Oc­cidente, un ammiccamento a mantenere una qualunque stabilità. Chalabi ricorda co­me si ritrovarono 313 enor­mi fosse comuni e ricorda co­me ne visitò orripilato lui stesso una appena scoperta: vi erano stati gettati 12mila uccisi, macellati perché ri­belli.
Il mondo, dopo che ciò che Gheddafi ha fatto in queste settimane, sa che cosa egli possa ancora fare al suo po­polo. Ma poiché un perso­naggio come questo, respon­sabile dell’attentato di Berli­no e di quello di Lockerbie e di un continuo sostegno al terrorismo, con uno straordi­nario record di violazioni di diritti umani ha presieduto il Consiglio per i diritti uma­ni dell’Onu fino a oggi, tutto è possibile. Per esempio, che per amore della «stabili­tà » lo si lasci resistere ancora a lungo nel bunker di Tripoli a preparare il secondo round.

www.fiammanirenstein.com

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