Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Normalità e Compromesso, secondo A.B.Yehoshua e Amos Oz Il commento di Filippo La Porta
Testata: Corriere della Sera Data: 13 dicembre 2010 Pagina: 32 Autore: Filippo La Porta Titolo: «Le parole di Yehoshua e Amos Oz, un nuovo vocabolario morale»
Normalità e compromesso, nella versione Yehoshua-Oz, è l'acuto commento di Filippo La Porta sul CORRIERE della SERA di oggi, 13/12/2010, a pag. 32, con il titolo " Le parole di Yehoshua e Amos Oz, un nuovo vocabolario morale ". Ecco l'articolo:
A.B.Yehoshua Amos Oz
Forse il merito principale degli scrittori israeliani consiste nell’aver reinventato il nostro vocabolario morale. Abraham Yehoshua, grande romanziere cui è stato conferito il premio Cardarelli per la Critica, ha voluto sottolineare ieri a Tarquinia (sede del premio) il valore della normalità. Un tema cruciale, già presente alla sua riflessione nell’Elogio della normalità del lontano 1991 (ma in verità i suoi illuminanti libri di saggi — letterari, politici, civili — sono ancora troppo poco conosciuti dal lettore italiano). Storicamente per un ebreo, ricordava Yehoshua nella conferenza stampa, la parola «normale» equivale poco meno che a un insulto: sinonimo cioè di piattezza, standardizzazione, omologazione. Mentre dovrebbe evocare secondo lui un pluralismo ricco e maturo, una convivenza civile pacifica (che ci permetta di scegliere liberamente il modo di vita che preferiamo). Così qualche anno fa Amos Oz in Contro il fanatismo ci aveva invitato a rivalutare il concetto di compromesso, generalmente screditato e considerato espressione di disonestà. Per Oz invece il compromesso è essenzialmente vita, confronto con la realtà (nella quale spesso un diritto si fronteggia con un altro diritto — vedi il conflitto mediorientale — e, come sappiamo, il tragico nasce dal fatto che ognuno ha le sue ragioni): dunque il contrario del compromesso non è l’idealismo ma il fanatismo, la morte.
Per capire il significato innovativo, e anzi felicemente «eversivo», di queste posizioni basti guardare alla cultura italiana degli ultimi decenni e alla nostra irresponsabile retorica del nomadismo. Quanti elogi estetizzanti dell’esilio e dello sradicamento. Quante apologie dell’instabilità, di una «anormalità» vertiginosa, dell’essere tout court destabilizzati. E perlopiù chi fa questi elogi vive esistenze protette, confortevoli e prive di qualsiasi rischio reale. Oz e Yehoshua, con la loro esperienza drammatica di situazioni conflittuali, spesso estreme, ci ricordano tra l’altro che una vera radicalità risiede in una rilettura delle parole che usiamo e delle mitologie fasulle che producono.
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