martedi` 20 gennaio 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Rassegna Stampa
20.02.2010 In Iraq la guerra continua, cambia solo il nome. Obama come Bush, yes,he can
Il servizio di Marcello Foa

Testata:
Autore: Marcello Foa
Titolo: «La furbata di Obama: in Iraq la guerra continua, cambierà solo il nome»

Un altro voltafaccia. Non si parlerà più di "Iraqi freedom", ma di una più tranquillizzante "Operazione Nuova Alba". Così si maschera dietro parole a effetto il cambio delle promesse elettorali di Obama. Ne prendiamo atto con soddisfazione. Dal GIORNALE di oggi, 20/02/2010, a pag. 18, il servizio di  Marcello Foa, dal titolo "  La furbata di Obama: in Iraq la guerra continua, cambierà solo il nome "

La parola serve. E tanto. Un uragano è più credibile, se gli dai un nome, Katrina, ad esempio. Una guerra è più accettabile se sorretta da un slogan nobile, come Restore Hope, ridare speranza, usato per la prima guerra umanitaria in Somalia all’inizio degli anni Novanta. Ma non basta a cambiare le sorti di un conflitto. In Somalia finì male. E in Irak va così così, come sappiamo.
Eppure Barack Obama, il quale di comunicazione se ne intende, sembra convinto che un nome possa avere anche proprietà taumaturgiche, ovvero che basti cambiarlo per cambiare con esso la realtà. Il Pentagono, infatti, ha deciso di abbandonare la denominazione Iraqi Freedom, libertà per l’Irak, a tutti noi ben nota, per adottarne una nuova: Operation New Dawn, ovvero Operazione Nuova Alba. Suggestiva, immaginifica, ispirante, non c’è che dire. Il sole che sorge su un nuovo Irak. Piacerà, tantissimo, ma appare perlomeno prematura.
La situazione a Bagdad e nelle altre città è migliorata rispetto a un paio di anni fa. Ci sono meno attentati, meno violenze, ma la situazione appare tutt’altro che consolidata. L’Irak continua a vivere nella precarietà, in un clima di odio latente, che potrebbe riesplodere in qualunque momento; forse già il 7 marzo, quando gli iracheni si recheranno alle urne per rinnovare il Parlamento. E le elezioni, finora, non hanno portato bene. Astensioni, polemiche, violenze. E bombe, tante bombe. Prima e dopo il voto; con l’incognita dell’Iran, che controlla buona parte delle fazioni sciite, maggioritarie nel Paese, e che potrebbe fomentare l’instabilità al di là del Tigri e dell’Eufrate, se, come è probabile, le tensioni con Washington sul programma nucleare di Teheran dovessero aumentare.
Un’alba che è anche sorprendente. Ma questo non doveva essere l’anno del primo grande ritiro americano? Obama lo aveva promesso in campagna elettorale e lo aveva ribadito appena eletto: via, al più presto. Ora scopriamo che la realtà è un po’ diversa. La maggior parte delle truppe rimarrà nel Paese, concentrata nelle sei megabasi permanenti e nelle altre 13 logistiche, sparse in tutto il territorio. L’America non lascia affatto l’Irak e i costi continueranno a gravare sul bilancio pubblico. Ma la nuova etichetta serve a confermare l’impressione di una svolta definitiva.
È un’operazione di marketing, congeniale a un presidente Obama il quale con le parole ha dimostrato di saperci fare. Ricordate? Obama prometteva Change, il cambiamento, A New Hope, una nuova speranza, esaltava i suoi fan urlando Yes, We Can, sì si può fare. Di quelle promesse è rimasto ben poco. Oggi sappiamo che Barack non è un riformista, ma un presidente legato a doppio filo con l’establishment finanziario e militare. Il suo stile, però, non è cambiato. È stato eletto vendendo un’illusione, ora spera che un’illusione sia sufficiente a far scordare agli americani la guerra in Irak e un’altra promessa tradita.
L’associazione Famiglie unite dei militari gliel’ha subito rinfacciato, ma la voce di quest’associazione è troppo flebile per essere udita. L’operazione potrebbe anche riuscirgli, considerata l’importanza degli slogan nella formazione della coscienza pubblica. Roosevelt è il presidente di cui ancora oggi si ricorda la frase «Non c’è nulla di cui aver paura se non della paura in sé». Kennedy conquistò i cuori degli elettori affermando «non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese», frase peraltro copiata dal motto del liceo frequentato dallo stesso Jfk. Reagan negli anni Ottanta marchiò l’Urss come «l’Impero del male», suscitando entusiasmo.Non sempre le scelte sono appropriate. Nel 2003 Bush definì la Guerra in Irak la Nuova Crociata, facendo infuriare gli islamici e infatti la ritirò immediatamente. A proposito, l’espressione «Nuova Alba», non è nuovissima. Fu usata proprio in Irak nel 2004 per la battaglia di Fallujah. Allora non portò bene. Chissà se Obama sarà più fortunato.

Per inviare al Giornale la propria opinione, cliccare sulla e-mail sottostante,


segreteria@ilgiornale.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT