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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
13.12.2009 Guerra santa in Somalia, ci sono anche italiani
L'articolo di Guido Olimpio

Testata: Corriere della Sera
Data: 13 dicembre 2009
Pagina: 19
Autore: Guido Olimpio
Titolo: «Somalia, arrestato un islamico. Aveva il passaporto italiano»

Guido Olimpio, inviato a Nairobi dal CORRIERE della SERA, pubblica oggi, 13/12/2009, un articolo a pag.19, dal titolo " Somalia, arrestato un islamico. Aveva il passaporto italiano ". Si gradirebbe il parere di chi ancora non  vede il pericolo che circonda i fondamentalisti islamici nel nostro paese.
Ecco l'articolo:


soldati somali shebab

NAIROBI — Diciannove anni, studen­te a Padova, una vita sicura in Occiden­te, ha piantato tutto per unirsi alla lotta armata islamica. È tornato in Somalia e si è arruolato tra gli Shebab, gli insorti radicali antigovernativi che combatto­no contro il governo federale di transi­zione. Ieri però Asad Shami Sharif Ab­dallah, assieme ad altri compagni, ha deciso di arrendersi e si è consegnato ai lealisti: «Non intendo fare il kamikaze — ha detto agli uomini che l’hanno ar­restato —. In questo inferno mi ci ha mandato mio padre. Voleva che com­battessi la jihad, la guerra santa. Ma a me tutto ciò non interessa». Con altri compagni di lotta è uscito allo scoper­to, disarmato, mani in alto e bandiera bianca. Durante l’interrogatorio parla­va italiano e così, davanti a uno dei con­siglieri del presidente Shek Sharif Shek Ahmed, ha rivelato la sua storia.

«Ha raccontato di essere nato a Mo­gadiscio, ma di essere stato portato in Italia quando aveva quattro anni — rife­risce dalla capitale somala al Corriere una fonte della presidenza della repub­blica che vuole restare anonima per pa­ura di ritorsioni —. Abitava a Padova dove vive ancora suo padre, Shami Sha­rif Abdallah, con la seconda moglie e un fratello. Il giovane, designato dal ge­nitore aspirante kamikaze, era rientrato in Somalia tre anni fa, quando aveva 16 anni. Per ora non sappiamo molto di più, salvo che il reclutamento è avvenu­to in Italia».

Secondo la stessa fonte Asad dovreb­be avere il passaporto italiano, che però non gli è stato trovato in tasca. «Il pa­dre l’ha accompagnato fino a Dubai fa­cendogli un accurato lavaggio del cer­vello. Ha spiegato al giovane che era do­vere di ogni buon musulmano parteci­pare alla guerra santa e che quindi avrebbe dovuto tornare in patria per combattere contro gli infedeli, cioè gli etiopi che in quel momento occupava­no l’ex colonia italiana».

Una volta arrivato a Mogadiscio il ra­gazzo è stato accolto all’aeroporto e pre­so in custodia da tre persone che l’han­no portato a Chisimaio, il centro del­l’islamismo
radicale somalo. Ha segui­to un corso d’addestramento e comin­ciato a combattere, a Brava, a Merca e poi nella stessa capitale. «Si è arreso perché non voleva più continuare con questa vita — riferiscono dal palazzo presidenziale somalo —. Ammazzare o venire ammazzati senza un vero moti­vo ».

Da Padova, contattato al telefono, il padre del ragazzo, quando apprende la notizia dell’arresto del figlio, sembra rimanere attonito. «Gli ho parlato un paio di settimane fa — spiega — e non mi sembrava fosse cadu­to nelle braccia degli she­bab. Lui è parente da parte di madre del presidente del­la Repubblica Shek Sharif Shek Ahmed, sarà rilasciato presto».

Mentre da Mogadiscio vie­ne smentito qualunque lega­me di parentela, il padre giu­stifica la partenza del figlio tre anni fa: «È stata la madre che vive nella capitale a chie­dermi di riportare Asad a ca­sa. Lì sta bene: oltre alla mamma, ci sono fratelli e so­relle e poi gli zii». Contatti del figlio con l’islamismo ra­dicale? «Assolutamente no, è un tipo posato e gentile».

Che ormai la Somalia sia piena di gio­vani emigrati che rientrano in patria per combattere la guerra santa è chiaris­simo. Molti sono gli americani, soprat­tutto del Minnesota, altri arrivano dal Canada e altri ancora dall’Europa. Pro­prio venerdì è stato dato l’annuncio che il kamikaze che il 3 dicembre si è fatto saltare all’hotel Shamu, alla ceri­monia di laurea di un gruppo di studen­ti, provocando almeno 22 morti tra cui tre ministri, proveniva dalla Danimar­ca.

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