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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
27.11.2009 Hooligan ed eroe nazionale. L'altro figlio del faraone Mubarak
Cronaca di Francesco Battistini

Testata: Corriere della Sera
Data: 27 novembre 2009
Pagina: 19
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «Hooligan ed eroe nazionale. La rivincita di Alaa Mubarak»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 27/11/2009, a pag. 19, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo " Hooligan ed eroe nazionale La rivincita di Alaa Mubarak ".

 
Gamal e Alaa Mubarak

GERUSALEMME — È diventato Alaa­gan, adesso. Alaa l’hooligan. Zitto da una vita. E da una vita a farsi i silenziosi milioni suoi con gli albergoni di Sharm el Sheikh. Sempre all’ombra di papà Ho­sni, il Faraone che regna da quasi trent’anni. Sempre nella scia del fratello più piccolo, Gamal, il cocco di mamma Suzana, l’erede designato. Alaa Muba­rak era uno che non compariva quasi mai. Fino al 18 novembre, in Sudan, la sera dello spa­reggio con l’Al­geria. Quando l’Egitto è stato buttato fuori dalle qualifica­zioni per il Mon­diale. E Alaagan s’è precipitato dalla tribuna vip agli spoglia­toi, per convoca­re i microfoni e dichiarare guer­ra agli algerini «ladri, mercenari e terro­risti ». Una guerra del pallone. Coi disor­dini di piazza. I morti. L’ambasciatore ri­chiamato per consultazioni. Le opere al­gerine rifiutate dalla Biennale d’Alessan­dria. E la mediazione di Gheddafi, del presidente sudanese, dell’emiro del Ku­wait... Da quella sera, l’Egitto ha perso una partita e probabilmente l’amicizia d’un Paese vicino, ma s’è ritrovato un leader.

Alaagan for President. L’ultima setti­mana è stata la sua. Il primogenito del Presidente, una volta così schivo, non ha schivato una comparsata. Su Dream Tv. Su Al Beit Beitak. L’altra sera ha tele­fonato in diretta al popolare program­ma di Khalid El-Gandor e ha urlato co­me al Processo di Biscardi. «L’Egitto de­ve prendere posizione!». «Rispondere al terrore e alle ostilità!». «È impossibile che noi egiziani sopportiamo tutto que­sto! ». «Dobbiamo alzarci e dire basta!». «Se insultate la mia dignità, vi prendo a mazzate in testa!». Le sue parole hanno infiammato le folle, suscitando sospetti (come mai i disordini sono stati nei quartieri cairoti più controllati dalla po­­lizia?), scatenando dietrologie (il regi­me ne ha approfittato per fare sfogare una piazza sempre sull’orlo della rivol­ta?) e spazzando via mesi di pissipissi sulle presidenziali del 2010 e su chi sarà il futuro Faraone: Gamal, così chiacchie­rato dopo la storiaccia di un’attrice tro­vata uccisa? Il capo dei servizi segreti Su­leiman, così potente? El Baradei, il No­bel così impegnato a ispezionare l’Iran nucleare? L’eterno Amr Moussa, così inutile con la sua Lega araba? L’opposi­tore Ayman Nour, così fuorigioco dopo gli anni passati in galera? «12 motivi per amare Alaa», l’ha ufficialmente can­didato con un editoriale Al Destour, giornale dell’opposizione: «È molto più amato di Gamal. Parla col linguaggio della strada. Ha un impatto mediatico molto forte...». Alaa aveva già commos­so l’Egitto qualche mese fa, quando suo figlio di 12 anni era morto di malattia e lui era rimasto piegato sulla bara: «Pian­ge e prega — scrisse una cronista —. È dura essere padre in questi momenti, anche se ti chiami Mubarak». Quella tra­gedia ha cambiato Alaa, dice chi lo cono­sce. Viveva solo di business, non s’è mai occupato di politica, e ora è l’Alaagan che genera i gruppi su Facebook («Ti vo­gliamo presidente!»), fa cinguettare Twitter, anima il dibattito sui blog. Con qualche sarcasmo: «E poi ammettiamo­lo: è ora d’avere un presidente un po’ più sexy...».

Ci sono due o tre argomenti di cui la stampa egiziana sa che è meglio non oc­cuparsi troppo, e uno di questi è la fami­glia Mubarak. Ci sono due o tre argo­menti di cui la famiglia Mubarak per­mette che ci si occupi, e uno di questi è il calcio. Alaa-Alaagan promette che il suo è stato solo uno sfogo, «montato da
Al Jazeera», e che non ha alcuna inten­zione di buttarsi in politica. Quanto al calcio... «È la seconda religione del Pae­se. E in questo, i Mubarak sono uguali a tutti gli egiziani», certifica Marco Tardel­li, che è stato citì della nazionale e al Cai­ro è ancora ricordato con nostalgia per una storica vittoria sul Camerun, i brasi­liani d’Africa: «Alaa non lo conosco, ma Gamal veniva spesso a vederci. Non è un ultrà, è uno che se ne intende. E un paio di volte ha voluto anche incontrar­mi. In Egitto, le partite sono un momen­to collettivo fortissimo. Io ci sono stato molto bene, la gente mi trattava con af­fetto. Salvo quando perdevamo. Allora cambiava tutto: la mattina dopo la parti­ta, scendevo a far colazione e i camerieri dell’hotel si voltavano dall’altra parte».

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