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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera-La Repubblica Rassegna Stampa
22.11.2009 Rete terrorista islamica a Brescia, centro dei finanziamenti internazionali
Chi dà la notizia, chi la nasconde

Testata:Corriere della Sera-La Repubblica
Autore: Claudio Del Frate-Guido Olimpio-la redazione di Repubblica
Titolo: «Da Brescia i soldi per gli attentati di Mumbai-La rete dei finanziatori che unisce Usa e Lombardia»

Su molti quotidiani oggi, 22/11/2009, le cronache e i commenti dettagliati sul ritrovamento a Brescia di una cellula terrorista. Riprendiamo i due articoli del CORRIERE della SERA, a pag. 16, più una breve di REPUBBLICA, che commentiamo a fondo pagina.


Mumbai, l'albergo in fiamme

Claudio Del Frate: " Da Brescia i soldi per gli attentati di Mumbai "

BRESCIA — I paletti della questione li fissa il sostituto pro­curatore Antonio Chiappani: «A Brescia non c’è una cellula terro­ristica, ma un ambiente di collu­sione e contiguità sì». Tradotto in soldoni fanno 400 mila euro che, transitando da un negoziet­to di via Garibaldi, cuore della Brescia multietnica, sono finiti, fuori da ogni regola sulla traspa­renza finanziaria, nelle tasche di persone implicate negli attenta­ti che il 26 novembre 2008 in In­dia avevano provocato 195 mor­ti. Gli inquirenti bresciani conte­stano la movimentazione di quel denaro ai due titolari della Madina Trading, uno dei tanti money transfer gestiti dalla fol­ta comunità pachistana locale.

Mohammad Yaqub Janjua e suo figlio Aamer sono stati arre­stati ieri mattina dalla Digos e dalla Guardia di Finanza; due lo­ro connazionali residenti in cit­tà sono finiti in carcere nella me­desima operazione ma «solo» per aver favorito l’immigrazio­ne clandestina, facendo arrivare in Italia persone assunte fittizia­mente in aziende della zona. Un quinto pachistano è sfuggito al­la cattura perché si trova nel suo Paese d’origine. Il «cuore» del­l’indagine sono comunque i Janjua. Di Mohammad si era già parlato circa un anno fa: un rap­porto della polizia aveva rivela­to che da via Garibaldi era stata pagata l’attivazione dei telefoni (cinque linee Voip che utilizza­no la rete internet) usati dagli at­tentatori di Mumbai.

Poi Rehman Malik, ministro dell’Interno pakistano, il 12 feb­braio scorso aveva rivelato: «I soldi degli attentatori sono arri­vati dall’Italia». Infine la scoper­ta più importante: tra il 20 set­tembre e il 25 dicembre 2008 (cioè a cavallo della strage in In­dia) il negozio dei Janjua aveva effettuato ben 300 trasferimenti di denaro verso il Pakistan e ver­so persone (in particolare tre, già identificate nel Paese asiati­co) indagate per attività terrori­stiche. Tutti quei trasferimenti portano la firma di un certo Iq­bar Javaid. E chi è costui? Tutti e nessuno, perché quel nome e quel cognome corrispondono a Mario Rossi in Italia. Sarebbero insomma generalità di comodo usate dalla Madina Transfer per occultare i veri procacciatori del denaro.

Basta questo per iscrivere Mohammad e Aamer Janjua nel
libro nero del terrorismo islami­co? Secondo la procura di Bre­scia sì, tanto che ai due era stato contestato l’articolo 270-ter del codice penale (fiancheggiamen­to dell’attività terroristica inter­nazionale); il gip di Brescia ha invece ordinato la cattura sulla base del favoreggiamento sem­plice, non convinto che i due avessero la piena consapevolez­za di appoggiare una multinazio­nale del terrore. «L’interpretazio­ne dei fatti è fluida — così il pm Chiappani smorza la polemica — ma il fatto che a Brescia sia presente l’humus del fondamen­talismo islamico è certo. Nessu­no stava progettando attentati, ma siamo convinti che qui ci sia­no persone che diffondono una dottrina jihadista e di non inseri­mento degli immigrati nella so­cietà italiana».

Guido Olimpio: " La rete dei finanziatori che unisce Usa e Lombardia "

WASHINGTON — Un network esteso, con diramazioni in Europa, nel Golfo, negli Usa. Una filiera in supporto — con denaro e uomini — al gruppo di fuoco autore del massacro di Mumbai. Un mo­saico dove gli ultimi tasselli hanno i no­mi di David Headley, un pachistano di 49 anni che una volta si chiamava Dao­od Gilani, e di un paio di suoi connazio­nali fermati a Brescia.

Il padre diplomatico, la mamma pro­prietaria di un ristorante, Headley vive tra Philadelphia e Chicago dove però non riesce a inserirsi. Le sue radici conta­no. E gradualmente si accosta agli estre­misti del «Lashkar-e-Toiba» e «Harakat al Jihad Islami». L’uomo viaggia moltissi­mo, studia da terrorista e i suoi protetto­ri lo preparano a dovere. Inizialmente Headley deve partecipare alla «Operazio­ne Topolino», un progetto per colpire il giornale danese che ha pubblicato le fa­mose «vignette blasfeme». Fingendosi pubblicitario, armato di videocamera, compie una ricognizione all’interno del quotidiano. È determinato, scaltro. Ma quando tutto sembra pronto per l’attac­co, il suo referente cambia idea. E invia un’email a David: «Ho bisogno di veder­ti per nuovi piani di investimento». Fra­se in codice che nasconde la volontà di organizzare attacchi, probabilmente, contro l’India. Ma Headley è catturato dagli statunitensi prima che possa agire. Fbi e servizi indiani scavano sul passa­to del militante e scoprono che ha visita­to numerose volte l’India tra il 2006 e il 2009. Insieme con lui agisce un canade­se di origini pachistane, Hussain Rana. Emerge così che Headley ha soggiornato all’Hotel Taj di Mumbai — uno degli obiettivi degli attacchi nel novembre 2008 —, quindi ha preso casa vicino al centro israelita, altro bersaglio dei terro­risti. Va in giro fingendosi ebreo e mo­stra a chi lo incontra testi religiosi. Nel contempo intreccia amicizie con alcuni attori di Bollywood: escono a cena, si in­contrano in palestra, si divertono insie­me. Per gli 007 indiani Headley si è com­portato da vero infiltrato. Adesso voglio­no capire se possa essere «l’anello man­cante » nella strage di Mumbai. Ossia se abbia fatto da «scout» per conto del com­mando che poi ha assalito gli hotel e la stazione.

Fonti di intelligence ritengono che Headley e il canadese Rana siano mem­bri della «Brigata 313», una fazione gui­data da Ilyas Kashmiri che ha la peculia­rità di reclutare giovani di origine asiati­ca ma trapiantati in Paesi occidentali. So­no gli uomini più preziosi, parlano un in­glese fluente e sono capaci di sembrare degli europei o degli americani. Li chia­mano i «soldati perfetti»: elementi a cui affidare missioni delicate nelle città de­gli infedeli. Una tattica che ha fatto scuo­la. Oltre alla rete di Kashmiri, infatti, ne esiste un’altra, composta da uzbeki, che può contare su diversi tedeschi.

La pericolosità di queste formazioni sta nella possibilità di combinare tre componenti: mujaheddin «tradizionali» (pachistani, kashmiri, arabi), estremisti «bianchi» (occidentali) e i facilitatori,
importanti per risolvere problemi logi­stici. In quest’ultima categoria rientrano le persone arrestate ieri a Brescia e gli al­gerini catturati pochi giorni fa, sospetta­ti di finanziare i qaedisti in Nord Africa. Attività legali o micro-crimine garanti­scono somme considerevoli poi girate attraverso le società di money transfer nelle tasche degli attentatori. Un flusso che trova in Italia una sponda robusta.

Accanto a questi network, definiti «ibridi», sono presenti cellule più picco­le, spesso formate da meno di sei perso­ne o addirittura da un singolo indivi­duo. Sono più amatoriali, fanno tutto o quasi in casa, hanno esperienze ridotte ma la loro volontà di colpire non è mino­re. Lo dimostra il caso di Mohammed Game, il kamikaze libico protagonista dell’attentato alla caserma Perrucchetti di Milano. A prima vista i «lupi solitari» non hanno contatti diretti con il qaedi­smo e il cordone ombelicale è rappresen­tato da un collegamento Internet. Ma la tendenza — già emersa in altre aree — è quella dello jihadista individuale teleco­mandato da un ispiratore lontano. Lui vi­ve a New York, ma chi o attiva se ne sta nascosto in Pakistan. E quello che sem­bra un fenomeno locale diventa all’im­provviso
globale.

Strabiliante la pagina 17 di REPUBBLICA di oggi, 22/11/2009, 9 righe a fondo pagina, con il titolo "Arrestati a Brescia due pachistani coinvolti nella strage di Mumbai". Mentre tutta la pagina è dedicata alla traduzione di un articolo del PAIS, nel quale la star è il terrorista Abu Omar, che racconta per l'ennesima volta la sua storia. Le 9 righe sui finaziamenti della strage di Mumbai, passati vai Brescia, riempiono invece le pagine di molti quotidiani, con cronache e analisi. Ovvio che non crediamo a connivenze o censure, forse più semplicemente è mancanza di professionalità, come quando REPUBBLICA disinforma su Israele,.
Ecco le 9 righe:


BRESCIA - La Digos di Brescia ha arrestato con l´accusa di favoreggiamento e attività finanziaria abusiva due pachistani che, attraverso pagamenti effettuati dall´agenzia di money transfer che gestivano, sarebbero coinvolti nella strage di Mumbai avvenuta in India tra il 26 e il 29 novembre 2008. Secondo gli investigatori, nell´imminenza degli attentati i due, usando l´identità di una persona ignara, avrebbero effettuato una rimessa di denaro per pagare l´account di un servizio di comunicazioni VoIP utilizzato da soggetti in contatto con i terroristi di Mumbai.

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