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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
21.09.2009 Guerra in Afghanistan: un impegno contro il terrorismo
Analisi di Angelo Panebianco, Davide Frattini. Cronaca di Ennio Caretto

Testata:Corriere della Sera
Autore: Angelo Panebianco - Davide Frattini - Ennio Caretto
Titolo: «Un impegno sul terrorismo - 'Operai', 'stanchi' e 'riconciliabili' Il ventre molle della galassia talebana»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 21/09/2009, in prima pagina, l'editoriale, da condividere integralmente, di Angelo Panebianco dal titolo " Un impegno sul terrorismo ", a pag. 5, gli articoli di Davide Frattini ed Ennio Caretto titolati " Operai, stanchi e riconciliabili, Il ventre molle della galassia talebana " e " Affondo degli Usa, voto dubbio". Ecco gli articoli:

Angelo Panebianco : " Un impegno sul terrorismo "

 Angelo Panebianco

Oggi, nel giorno dei funerali dei sei pa­racadutisti caduti a Kabul, l’Italia uffi­ciale si stringerà, con compo­stezza e rispetto, intorno ai no­stri soldati. Come è certamen­te nei sentimenti di tutti e co­me l’opinione pubblica esige. Oggi non si sentiranno le «stecche» che si sono udite nel giorno dell’attentato. E’ im­portante che quelle stecche non si sentano più. Le questio­ni di guerra hanno questo di diverso rispetto alle normali lotte fra i partiti per, ponia­mo, l’accaparramento di cari­che di presidenti di Regione: ci va di mezzo la vita dei solda­ti. Come ha osservato Emma Bonino ( Il Riformista , 19 set­tembre) il nemico ascolta, ec­come: ci ascoltava quando, al­l’epoca del governo Prodi, la sinistra estrema minacciava sfracelli se non ce ne fossimo andati presto dall’Afghanistan e oggi ascolta le dichiarazioni (poi rettificate) di Umberto Bossi. Per questo, tali questio­ni non possono essere trattate dai partiti come se fossero fac­cende interne. Ciò non signifi­ca che non si debba partecipa­re, insieme agli alleati, a una riflessione collettiva su come fronteggiare le nuove, sempre più difficili, condizioni del conflitto in Afghanistan. Al di là di eventuali revisioni di stra­tegia militare o politica, c’è un dirimente punto politico, co­me ha notato Sergio Romano, sul Corriere del 19 settembre, e come ha riconosciuto il mi­nistro della Difesa Ignazio La Russa ( Il Corriere , 20 settem­bre): si tratta di rinnovare ogni sforzo affinché al Paese torni ad essere ben chiara la posta in gioco. Non è solo un problema italiano. E’ un pro­blema europeo. Oltre che in Italia anche in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Spagna, nelle opinioni pubbli­che tende oggi a prevalere la richiesta di ritiro. Negli anni immediatamente successivi al­l’ 11 settembre 2001 era ancora chiaro agli europei il perché della presenza militare in Af­ghanistan. In seguito, man mano che andava sbiadendo la memoria dell’11 settembre e i talebani, ricostituite le forze, ricominciavano a combattere con crescente efficacia, le clas­si dirigenti europee non sep­pero rimotivare le opinioni pubbliche. E’ il senso della presenza europea in quel tea­tro che è andato perduto. Va urgentemente (ri) spiegato al­le opinioni pubbliche che una vittoria talebana a Kabul desta­bilizzerebbe il Pakistan, e il fondamentalismo islamico tornerebbe a galvanizzarsi ovunque (anche in Europa). E’ per evitare che i kamikaze si mettano all’opera qui da noi che siamo in Afghanistan.
Poiché la guerra va ora ma­le per gli occidentali, si è diffu­sa la tesi (consolatoria) secon­do cui ciò che là accade avreb­be poco a che fare con il terro­rismo islamico. Dipendereb­be dalle lotte fra i pashtun e le altre etnie, dai riflessi della ri­valità indo-pachistana, eccete­ra. Questi elementi esistono. Ma sarebbe cecità non vedere che il conflitto ha due facce: la prima legata alle specificità locali e la seconda alle sorti del terrorismo internazionale. Ma come la mettiamo, qui da noi in Italia, si sente ripete­re, con l’articolo 11 della Costi­tuzione? L’articolo 11 venne scritto perché i costituenti ave­vano in mente le guerre di ag­gressione del fascismo. Sono quelle guerre che la Costitu­zione vieta. Significa far torto alla intelligenza e al patriotti­smo dei costituenti sostenere che essa ci impedisce di parte­cipare, con gli alleati, ad azio­ni militari tese a contrastare (oggi in Afghanistan, domani forse in Somalia e in altri luo­ghi) la diffusione del terrori­smo.

Davide Frattini : " «Operai», «stanchi» e «riconciliabili» Il ventre molle della galassia talebana "

 Talebani

KABUL — Gli «indottrinati» (in qual­che madrassa del Pakistan), gli «sconten­ti » (capi tribù convinti che il governo di Kabul abbia favorito i rivali), gli «oppor­tunisti » (considerano lo Stato debole e decidono di mettersi con il più forte), i «criminali» (attratti dai profitti del traffi­co di droga), gli «operai» (manodopera della guerriglia, costretta a scegliere chi paga uno stipendio).
E’ «la galassia talebana». Così la chia­ma l’ambasciatore Ettore Francesco Se­qui, l’italiano che l’Unione Europea ha voluto come inviato speciale per l’Afgha­nistan. Ha appena incontrato il presiden­te Hamid Karzai, è in partenza per New York e il palazzo delle Nazioni Unite, in agenda ha segnato l’appuntamento con Arsalan Rahmani, l’ex ministro integrali­sta, che da senatore tiene i contatti con i vecchi colleghi di regime. Karzai — so­stiene Rahmani — cerca di trattare con i talebani da due anni («senza riuscirci»): «Barack Obama ha danneggiato il no­stro dialogo con l’invio di nuovi solda­ti ».
La teoria non convince Sequi: «E’ la re­gola base del negoziato e un concetto fondamentale della tradizione afghana, quando si discute con un avversario, bi­sogna farlo da una posizione di forza. La strategia del nuovo generale americano Stanley McChrystal è molto intelligente: mostrare alla popolazione che le truppe internazionali sono qui per proteggerla, far capire agli insorti che c’è una deter­minazione a non abbandonare questo Paese». Perché della «galassia» fanno parte anche «gli stanchi», quei miliziani fiaccati dalla guerra che la pressione mi­litare sta spingendo alle defezioni.
Allo slogan «Takhim-e-Sol», Pace e Ri­conciliazione, lanciato da Karzai nel 2005, l’ambasciatore preferisce la parola «inclusione». «Bisogna distinguere tra chi è 'riconciliabile' e chi neppure lo vuole. Esistono due livelli. Uno è la rein­tegrazione di comandanti di medio-bas­so rango, ai quali il governo deve offrire tre garanzie: protezione dagli ex commi­litoni che li considerano dei traditori, op­portunità

Negoziati

Due livelli: reintegrazione dei comandanti di medio-basso rango e contatto politico con i più ideologizzati

economiche alter­native, la promessa che non finiranno in qualche prigio­ne per i reati commessi. L’al­tro è politico e riguarda i tale­bani ideologizzati. In questo ca­so bisogna stabilire i termini per un eventuale contatto, non voglio chiamarlo negoziato. Le linee rosse da fissare, in un processo che deve esse­re tutto afghano, sono l’abbandono del­la lotta armata e il riconoscimento della Costituzione, che non è un concetto astratto. Nella Carta afghana ci sono dei paletti molto concreti: elezioni, separa­zione dei poteri (quindi qui non potrà nascere un emirato islamico), standard minimo dei diritti umani (niente lapida­zioni nello stadio di Kabul, per capirci), uguaglianza tra uomo e donna (non si può proibire alle bambine di andare a scuola)».
Ambasciatore per l’Italia fino al 2008, quando si è presentato a Karzai nella nuova funzione di rappresentante euro­peo, il leader gli ha chiesto quale fosse esattamente il suo mestiere: «L’Europa è un po’ come l’Afghanistan — gli ho ri­sposto — ci sono varie tribù. Ci riunia­mo nelle nostre jirga, le assemblee, cer­chiamo di prendere delle decisioni im­portanti.
Il presidente mi ha detto: allora facciamo lo stesso lavoro».
Malgrado le pressioni interne in Ita­lia, Germania e Spagna per il ritiro delle truppe, Sequi considera le «tribù» euro­pee ancora compatte. «C’è la consapevo­lezza comune che l’Afghanistan può es­sere un importatore di stabilità o spro­fondare e ritornare a essere un esportare di instabilità. Non penso solo al terrori­smo. Il 90 per cento della droga prodotta qui arriva in Europa. Molti identificano questo Paese con gli anziani barbuti, ve­stiti in abiti tradizionali: tra quindici an­ni, il 75 per cento della popolazione avrà meno di vent’anni. Non possiamo per­metterci di perdere questa generazio­ne ».

Ennio Caretto : " Affondo degli Usa «Voto dubbio» "

 Hamid Karzai

WASHINGTON — Per la prima volta dal 20 agosto — giorno delle discusse presidenziali afghane — Obama ha ieri espresso dubbi sul­la regolarità del processo elettorale. E ha adombrato un cambio di strategia nel conflit­to, con l’intensificazione della caccia ad Al Qa­eda e a Bin Laden. Il presidente non ha esclu­so un aumento delle truppe americane in Af­ghanistan, chiarendo tuttavia che non ha an­cora deciso. E ha aggiunto che come «non esi­ste una scadenza per il ritiro, così l’occupazio­ne non sarà permanente». Obama ha affronta­to la questione afghana in cinque interviste ad altrettante televisioni, in vista della mega­settimana diplomatica dell’Onu e del G20 da domani a venerdì. Ha notato che le elezioni «non si sono svolte come speravo, lo scruti­nio delle schede in molte regioni ha destato delle perplessità, e sono state segnalate fro­di ». E ha auspicato chiarezza sull’accaduto, un messaggio al presidente afghano Karzai. In precedenza, il Dipartimento di Stato aveva preso le distanze da Karzai, osservando che «occorre attendere i risultati elettorali definiti­vi ».
Sul cambiamento di strategia, Obama non è stato preciso. Ha ammesso che eliminare Al Qaeda e Bin Laden non sarà un compito faci­le, ma lo ha riportato in primo piano. Ha poi manifestato riserve sull’invio di altre truppe: «Prima la nuova strategia, poi gli strumenti per attuarla», ha detto, ricordando che «come presidente devo rispondere a quelle famiglie che perdono i figli in guerra». Ma Obama po­trebbe non avere alternative: da anticipazioni del Pentagono, il comandante delle operazio­ni in Afghanistan, il generale Stanley McCry­stal, chiederebbe altri 30-40 mila uomini, d’ac­cordo con il mini­stro della Difesa Bob Gates. In uno dei mo­menti più difficili, i brogli elettorali, il presidente si trova nella situazione in cui si trovò il suo predecessore Bush in Iraq, cioè nella necessità di un surge , un maggiore impegno militare. Lo caldeggiano i repubblicani al Congresso. Il loro leader al Se­nato Mitch McConnell sta premendo su Oba­ma affinché accolga le istanze di McCrystal, come Bush accolse quelle del generale David Petraeus in Iraq. «Funzionò a Bagdad, funzio­nerà a Kabul», ha protestato il senatore, am­monendo che i prossimi mesi saranno crucia­li, determineranno la vittoria o la sconfitta del­l’America dopo otto anni. Con ogni probabilità, Obama userà l’Onu e il G20 per consultarsi sul surge , anche perché i democratici lo sollecitano a inquadrare la nuova strategia in una exit strategy. È atteso con enorme interesse il suo discorso al Palaz­zo di Vetro di New York mercoledì, che spazie­rà su tutta la politica estera americana. Il presi­dente vorrebbe aiuti concreti dagli alleati, so­prattutto per un programma di rafforzamento dell’esercito e della polizia afghani. E dietro le quinte manovra per la stabilizzazione politica di Kabul, forse tramite un governo di coalizio­ne. Ma la disponibilità degli alleati si sta ridu­cendo. A Washington, hanno suscitato qual­che apprensione le dispute in Italia dopo l’at­tentato alla Folgore: il New York Times ha scritto che Roma «discute il ritiro delle sue truppe». Una forzatura, sintomatica però del­l’incertezza in cui si dibatte l’America. Il no­stro ministro degli Esteri Frattini l’ha di fatto confutata dichiarando che all’Onu l’Italia pro­porrà una vera svolta per l’Afghanistan: «Si tratta di conquistare i cuori degli afghani», ha evidenziato «e di spingere Karzai ad assumer­si più responsabilità». Il cambio di rotta sarà oggetto degli incontri del nostro premier Ber­lusconi insieme con l’Iran. Berlusconi parlerà all’Onu mercoledì, dopo Obama e dopo il presidente iraniano Ahmadi­nejad. La posizione italiana su Teheran, ha commentato Frattini, è che conviene ancora esplorare le prospettive di collaborazione.

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