Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Gilad Shalit prigioniero dei terroristi di Hamas da oltre tre anni intanto escono alcune sue lettere
Testata: Corriere della Sera Data: 10 settembre 2009 Pagina: 17 Autore: Francesco Battistini Titolo: «La lettera di Shalit: la mia prigione da incubo»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 10/09/2009, a pag. 17, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo "La lettera di Shalit: la mia prigione da incubo".
GERUSALEMME — Lettera dal sottosuolo: «Mamma e papà, fratelli e amici, shalom. La mia salute peggiora di giorno in giorno, sto lottando soprattutto con le emozioni e questo mi sta gettando in depressione. Aspetto che finisca questo incubo, insopportabile per un essere umano, e che io sia liberato da questa prigione isolata e blindata...». Sono le prime righe scritte da Gilad Shalit, il caporale israeliano ostaggio di Hamas da più di tre anni. Arrivarono alla famiglia due o tre mesi dopo la cattura, estate 2006, tramite Croce Rossa ed egiziani, e ora diventano pubbliche assieme al racconto di che cosa sarebbe la sopravvivenza dentro quella gabbia. In un bunker sotterraneo e minato. Sei guardiani intorno, gli altri a rotazione. I primi mesi ferito e trattato con durezza, poi attanagliato da quella sindrome di Stoccolma che spinge la vittima a simpatizzare col carnefice e il carnefice, talvolta, a consolare la vittima. Fra attacchi di panico. Assenza. Sguardi vuoti. Inutili scioperi della fame. E un’insonnia acuta che la notte, spesso, nel silenzio che lo circonda, fa sobbalzare Gilad e gridare come un bambino al buio: «Mamma!... Mamma! ...». La lettera, tutte queste cose non le dice. Sono solo quattordici righe, le ultime probabilmente dettate dai carcerieri («spero fortemente che il mio governo s’interessi in mio favore e risponda positivamente alle richieste dei Mujaheddin »): contengono un appello all’allora premier Ehud Olmert e al suo ministro della Difesa, Amir Peretz, e il sogno di festeggiare a casa il ventesimo compleanno. Tutto qui. Da dove arrivano, allora, le altre notizie? È stata la famiglia Shalit a dare la lettera a un giornalista israeliano, Suleiman a-Shafi, ben introdotto in Hamas. L’impegno era che restasse nel libro,Imprigionato , che a-Shafi sta per pubblicare. Ma siccome si sa come vanno le promozioni editoriali, senza troppi scrupoli e nello sgomento dei familiari, l’anteprima del manoscritto è finita marted ì sera in un talk-show e subito sulle prime pagine dei giornali. Con una sfilza di particolari sulla prigionia che a-Shafi giura essere veri. Per esempio, quello del bombardamento di Gaza: per mettere al sicuro il prezioso ostaggio, in gennaio, Hamas l’avrebbe caricato su un’ambulanza e spostato di fretta, sotto il naso delle truppe israeliane che avevano appena invaso la Striscia. Di Shalit non ci sono certezze, però. Nemmeno che sia vivo. Tre, forse quattro lettere e un’audiocassetta, giunte con la mediazione dei francesi e del vecchio presidente americano Jimmy Carter. L’ultima traccia del soldato è del giugno 2008. Nessun’organizzazione internazionale ha mai potuto visitarlo. Le trattative con Hamas, mediatori i tedeschi, languono al Cairo. Si dubita perfino che sia a Gaza: proprio in questi giorni sono diventati pubblici i documenti sul caso di Ron Arad, pilota catturato in Libano negli anni ’80 e mai più tornato, e s’è scoperto che il poveretto fu portato in Iran e rimase vivo nove anni. C’è il buio, oltre il muro di Gaza. E a chi sta fuori, non restano che i racconti del libro di a-Shafi. D’un giorno, quando un secondino s’avvicinò al ragazzo e gli disse senza pietà: «Il tuo governo ti preferisce morto...». Di Gilad, che scoppiò in un pianto esausto: «Non voglio morire qui dentro... » .
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