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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera.La Repubblica Rassegna Stampa
08.09.2009 Jane Fonda & Farouk Hosni e le loro sgradevoli dichiarazioni
articoli di Francesco Battistini,Gianna Fregonara,Davide Frattini,Giampiero Martinotti

Testata:Corriere della Sera.La Repubblica
Autore: Francesco Battistini,Gianna Fregonara,Davide Frattini,Giampiero Martinotti
Titolo: «Jane Fonda contro il festival di Toronto, propaganda pro Israele-Unesco, l'Italia vota il candidato delle polemiche»

Jane Fonda, regina della Gauche- Caviar hollywoodiana, e, di nuovo, Farouk Hosni, due personaggi dalle sgradevoli dichiarazioni. La prima, da sempre attrice molto politicizzata, ha scoperto che Israele è come il Sud Africa dell'Apartheid, poverina, lei che era sempre fra le prime, ora arriva fra gli ultimi. Se ne è accorta durante il Festival di Toronto, CORRIERE della SERA, pag.16. " Jane Fonda contro il festival di Toronto, propaganda per Israele".  L'altro, ormai vicino alla poltrona di segretario Unesco, è il protagonista di due articoli, sempre sul Corriere, e di uno su REPUBBLICA, che, alla buon' ora, lo scopre solo oggi.
Ecco gli articoli:

Fonda & Hosni

Corriere della Sera-Francesco Battistini: " Jane Fonda contro il festival di Toronto, propaganda pro Israele "

GERUSALEMME — Da Ha­noi Jane a Jaffa Jane: a 71 an­ni, due Oscar vinti e un’infi­nità di battaglie civili com­battute, la pasionaria di Hol­lywood mette l’elmetto con­tro l’ennesima passerella ci­nematografica che invita re­gisti israeliani. Stavolta ce l’ha col Toronto Internatio­nal Film Festival, che per i cent’anni di Tel Aviv s’è in­ventato una sezione apposi­ta, mandando sullo schermo dieci pellicole a tema. Israele è uguale al Sudafrica del­­l’apartheid, dice Jane Fonda, un «regime razzista» ha mes­so in moto «una potente macchina di propaganda» per dare all’estero un’imma­gine accattivante di sé: «E chi celebra oggi la moderna e sofisticata Tel Aviv, igno­rando che esistono la Cisgior­dania e Gaza, è come se vent’anni fa avesse parlato solo di Città del Capo o di Johannesburg, eleganti e con uno stile di vita bianco, fa­cendo finta che non ci fosse­ro anche Khayelitsha e Sowe­to ».

No logo: la promozione di Tel Aviv fa parte d’un rilan­cio d’immagine, varato dal governo israeliano dopo la
guerra di Gaza. Ma dalle par­ti del cinema non funziona granché. Al Festival di Edim­burgo, il regista Ken Loach s’era ritirato perché gli organizzatori ave­vano pagato biglietto aereo e albergo a una collega telavivi. A To­ronto s’è allestito un set di protesta diretto dalla Fonda, dallo stes­so Loach, dal musicista David Byrne e da altre star, come Eve Ensler o Danny Glover, quello che vanta un’amicizia perso­nale con Hugo Chávez. Il filmmaker canadese John Greyson ha ritirato la sua opera. Naomi Klein, la scrit­trice no-global che a Toron­to vive, ha organizzato sit-in. Ed è stato presentato un documento, cinquanta fir­me, per protestare contro «l’assenza assoluta di registi palestinesi» e il voluto silen­zio sulla parte araba di Tel Aviv, Jaffa, e sulla «sofferen­za di migliaia di discendenti dei palestinesi che abitavano lì e oggi vivono nei campi profughi dei Territori occu­pati, dopo l’esilio di massa del 1948».

La difesa degli organizzato­ri è altrettanto decisa: innan­zi tutto ci sono due titoli pale­stinesi
in cartellone, dicono, e poi non si può accusare di propaganda un film come «La Bolla» di Eytan Fox, che critica la società israeliana. Anche la stampa telavivi re­plica dura intervistando Mar­vin Hier, lui pure vincitore di due Oscar e cofondatore a Los Angeles del Centro Wie­senthal: «La gente che firma questo genere d’appelli — di­ce — è contraria alla soluzio­ne dei due Stati. Perché quan­do si mette in discussione la legittimazione di Tel Aviv, si sostiene la soluzione d’un so­lo Stato. E la distruzione di quello d’Israele». Potrebbe ci­tare un vecchio successo di Ja­ne, il rabbino Hier: non si uc­cidono così anche i cavalli?

Corriere della Sera-Gianna Fragonara: " Unesco, l'Italia vota il candidato delle polemiche"

ROMA — Anche l’Italia ha detto di sì al discusso mini­stro della Cultura egiziano Fa­rouk Hosni. Voterà per elegger­lo direttore generale dell’Une­sco, nonostante lo scandalo e le proteste dopo le sue dichia­razioni antisemite. Lo hanno rivelato ieri sera fonti della Far­nesina, mentre nei giorni scor­si il ministro Franco Frattini era stato più vago: «Non abbia­mo deciso il candidato da so­stenere — aveva detto il mini­stro degli Esteri a Stoccolma —. Decideremo con voto se­greto come prevede la proce­dura, in assoluta libertà di co­scienza ». In realtà la scelta ita­liana era scontata da un anno: nei due incontri tra Silvio Ber­lusconi e il presidente egizia­no Mubarak, il premier aveva promesso esplicitamente e poi ribadito il voto italiano per Ho­sni. E ormai sul nome del po­tentissimo ministro della Cul­tura si sta creando una mag­gioranza consolidata — oltre 36 voti su 58, secondo il Cairo — e anche Usa e Israele hanno tolto il loro veto.

A rendere imbarazzante la candidatura furono un anno fa le dichiarazioni in Parlamen­to dello stesso Hosni che spie­gò senza batter ciglio che avrebbe volentieri «bruciato con le sue mani i libri israelia­ni presenti nelle biblioteche egiziane». Frasi che fecero il gi­ro del mondo e che per qual­che mese sembravano aver messo ko Hosni, sostenuto pe­rò dalla Lega araba, dall’Unio­ne africana, dall’Organizzazio­ne per la conferenza islamica e dalla Francia di Sarkozy che punta tutte le sue carte su Mu­barak e sull’Egitto per stabiliz­zare la regione mediorientale.

In campo ci sono altre otto candidature, di cui tre euro­pee: la commissaria Ue Benita Ferrero-Waldner, l’ambascia­trice lituana all’agenzia Onu per la Cultura Ina Marciulion e l’ambasciatrice di Bulgaria a Parigi, Irina Bokova: «Troppe, l’Europa non avrà una posizio­ne comune», aveva spiegato Frattini la settimana scorsa.

Certamente il discusso Ho­sni ha un curriculum di mag­gior prestigio, e non manca in Italia di buoni agganci. Le sue scuse dopo le dichiarazioni an­tisemite sembravano non esse­re bastate, anche se in agosto a favore di Hosni avevano fir­mato un appello una decina di intellettuali italiani tra cui Franco Zeffirelli, costretto in extremis dalle polemiche a riti­rare il suo appoggio. A maggio contro la sua candidatura ave­va parlato anche il premio No­bel per la pace Elie Wiesel, su
Le Monde, denunciando «la vergogna di un naufragio an­nunciato all’Unesco». Contro Hosni si è schierata anche la ri­vista americana Foreign Poli­cy .

Se l’esito del voto del Consi­glio Unesco di Parigi sarà con­fermato dalla Conferenza gene­rale, Hosni succederà al giap­ponese Koichiro Matsura il 15 novembre e resterà in carica quattro anni.

Corriere della Sera-Davide Frattini: "   Diplomazia delle Sinagoghe per il pittore-ministro"

I ruderi della sinagoga di Maimo­nide stanno in fondo a un vicolo della Cairo vecchia. I restauratori so­no al lavoro per puntellare le pareti delle stanze dove il filosofo ebreo andava a studiare ai tempi del Sala­dino e per rafforzare la candidatura di Farouk Hosni alla guida dell’Une­sco. Il governo ha alzato la tenda blu che copre i ponteggi solo alla fi­ne di agosto, ha invitato giornalisti e fotografi a poche settimane dal vo­to di Parigi. «Non è una mossa poli­tica », assicura Zahi Hawass, che so­vrintende alle antichità del Paese. «Il passato ebraico fa parte della no­stra eredità nazionale».

Un’eredità che fino ad ora il presi­dente Hosni Mubarak aveva scelto di preservare in segreto. Delle quin­dici sinagoghe esistenti, due sono state recuperate e per altre otto è stato approvato il progetto. Eppure senza pubblicità, per paura delle re­azioni anti-israeliane da parte degli egiziani. Adesso il suo ministro pun­ta a dirigere l’organismo delle Na­zioni Unite che da statuto vuole «contribuire alla pace e alla sicurez­za promuovendo la collaborazione tra le nazioni, attraverso l’educazio­ne, la scienza e la cultura». I resti del tempio possono servire a con­vincere gli scettici tra i Paesi eletto­ri e a rispondere agli appelli contro la candidatura di Hosni, nato ad Alessandria, 71 anni e da 22 pleni­potenziario per la Cultura.

Elie Wiesel, Bernard-Henri Lévy e Claude Lanzmann hanno lanciato in maggio una campagna per ferma­re l’«al-fannan, wazir al-thaqafa» (artista e ministro, come viene sem­pre chiamato dai giornali locali), in­dignati dalle sue frasi «nauseabon­de ». «Bruciamo questi libri, magari li brucerò io stesso davanti a voi», aveva risposto nel 2008 a un deputa­to egiziano preoccupato che autori israeliani venissero inseriti nella bi­blioteca d’Alessandria.

I critici ricordano altre dichiara­zioni: «Israele non ha mai contribui­to alla civilizzazione, in nessun’epo­ca, perché non ha mai fatto altro
che appropriarsi del bene altrui». E nel 2001, Hosni ha denunciato su un giornale egiziano «l’infiltrazione degli ebrei nei media internaziona­li » .

Il ministro e pittore, tornato al Ca­iro nel 1987 dopo aver diretto l’Ac­cademia d’Egitto a Roma, sa di ave­re l’appoggio della Lega Araba, del­l’Unione Africana e della Conferen­za dell’organizzazione islamica. Quello che sarebbe il primo arabo alla guida dell’Unesco ha reagito al boicottaggio internazionale con una promozione globale: viaggi nel­le capitali e diplomazia porta a por­ta in questi giorni a Parigi (precedu­ta da un’autodifesa pubblicata in
maggio su Le Monde ).

«Sono un uomo di pace — scrive Hosni sul quoti­diano francese —. So che la pace passa attraverso la comprensione e il rispetto. In nome di questi valori, voglio riesaminare le parole che ho pro­nunciato e che sono state conside­rate un appello a bruciare i libri in ebraico. Dico subito che mi dispia­ce. Potrei cercare una scusa nella tensione polemica in cui è stata det­ta quella frase, ma non lo farò: non ci sono circostanze da invocare».

Roger Cohen, editorialista del New York Times, è intervenuto ieri in suo sostegno: «Hosni si trova al centro delle sfide culturali che dob­biamo affrontare. Non respingiamo­lo, infiammando la vecchia retorica anti-occidentale e anti-imperiali­sta. Piuttosto pressiamolo dopo l’elezione perché combatta l’antise­mitismo che avvelena la psiche dei giovani arabi, favorisca il dialogo, apra le menti arabe alla scienza e al­l’educazione » .
 

La Repubblica-Giampiero Martinotti: " La grande battaglia dell'Unesco, antisemita il candidato egiziano"
 

dal nostro corrispondente
parigi - Farouk Hosni ce la può fare e per la prima volta un arabo potrebbe guidare l´Unesco, l´organizzazione dell´Onu per la cultura e l´educazione. Ma il suo nome, poco conosciuto dalle opinioni pubbliche occidentali, suscita un vespaio di polemiche e rende quanto mai incerto l´esito del voto. Settantuno anni, da ventidue ministro della Cultura egiziano, Hosni è l´uomo con il quale Hosni Mubarak vuole imporre il suo paese come punto di passaggio obbligato del dialogo tra mondo occidentale e mondo islamico. Da due anni il presidente egiziano Mubarak fa campagna presso le cancellerie di tutto il mondo per sostenere il suo candidato, ma per molti l´idea di portare Hosni al vertice di un organismo chiamato a favorire la tolleranza fra le culture del pianeta è uno scandalo: autore di alcune dichiarazioni antisemite, il ministro egiziano suscita diffidenza.
Ieri, il consiglio esecutivo dell´Unesco ha avviato le procedure per trovare un successore al giapponese Koichiro Matsuura. Il 17 i 58 membri voteranno a scrutinio segreto e la loro scelta sarà sicuramente ratificata in ottobre dall´assemblea generale. Hosni dice di avere in tasca 32 voti, cioè la maggioranza, ma gli osservatori ritengono improbabile un´elezione al primo turno. Ma chi è pronto davvero a votare l´egiziano nel segreto dell´urna? Nessuno si sbilancia ufficialmente, con la sola eccezione del Brasile, il cui voto all´egiziano è considerato sicuro. A sparare a zero contro Hosni sono stati tre intellettuali ebrei: il premio Nobel Elie Wiesel, Claude Lanzmann e Bernard-Henri Lévy. Impossibile, secondo loro, eleggere un uomo che negli ultimi otto anni ha rilasciato più di una dichiarazione antisemita e definito la cultura israeliana "inumana" e "razzista". Nel 2008, davanti al parlamento egiziano, in risposta a una interpellanza dei Fratelli musulmani sull´introduzione di libri israeliani nella biblioteca di Alessandria, Hosny ha detto: «Bruciamo questi libri, se ce ne sono, li brucerò io stesso davanti a voi». In maggio ha fatto ammenda, si è scusato, ma come ha detto il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, l´egiziano «non ha aspettato il 2008» per rilasciare dichiarazioni controverse.
Kouchner, in ogni caso, si è ben guardato dal dire come voterà la Francia: paese ospite dell´Unesco, si dice imparziale. Ma per quel che si sa, l´Eliseo appoggia la candidatura voluta da Mubarak: «L´Egitto è un fattore di pace in Medio Oriente», ripetono fonti dell´Eliseo. Anche la Lega araba, l´Unione africana, l´Organizzazione per la conferenza islamica appoggiano l´egiziano, anche se si mormora che molti paesi arabi, come l´Algeria, siano inclini a silurare Hosni per evitare un successo della diplomazia del Cairo. Gli europei presentano ben tre candidati, fra cui il commissario alle relazioni internazionali, l´austriaca Benita Ferrero-Waldner, ma difficilmente troveranno una posizione comune, malgrado le pressioni della presidenza svedese. Franco Frattini ha detto che l´Italia non ha ancora scelto, ma fonti vicine alla Farnesina lasciano intendere che la preferenza andrà Hosni.
E gli Usa e Israele? La Casa Bianca appoggerebbe l´egiziano in nome del dialogo con il mondo musulmano, Israele sarebbe «non ostile» per mantenere buoni rapporti con il Cairo. Ma i diplomatici dei due paesi, secondo Le Monde, starebbero in realtà osteggiando segretamente la candidatura dell´egiziano, favorendo la moltiplicazione dei candidati, almeno 9 finora.

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