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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
01.09.2009 Turchia e Armenia pronte a normalizzare i rapporti
Cronaca di Antonio Ferrari

Testata: Corriere della Sera
Data: 01 settembre 2009
Pagina: 19
Autore: Antonio Ferrari
Titolo: «Turchia e Armenia pronte a normalizzare i rapporti»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 01/09/2009, a pag. 19, l'articolo di Antonio Ferrari dal titolo " Turchia e Armenia pronte a normalizzare i rapporti ".

 L’Armenia contesta alla Turchia di non vo­ler riconoscere il genocidio dei suoi connazionali

La pazienza, la costanza e la determinazione a volte vinco­no e producono notizie di cui andar fieri. Turchia e Armenia, dopo decenni di gelo, hanno deciso — con la mediazione el­vetica — di normalizzare i loro rapporti, finora inesistenti. In­tendono scambiarsi gli amba­sciatori, scongiurare nuovi conflitti e correggere assieme le incomprensioni del passato. Quasi sempre l’ottimismo non rientra nel quadro grigio e confuso della politica e degli interessi, ma la manifestazio­ne di buona volontà offerta dai due Paesi disegna prospettive importanti: inimmaginabili fi­no a poco tempo fa. Addirittu­ra sembravano un sogno quan­do l’anno scorso, sfidando ata­vici rancori, il presidente della Repubblica turca Abdullah Gul decise, incurante dei fischi, di sedersi accanto al suo omolo­go armeno Serge Sarkisian per assistere alla partita di calcio tra le due nazionali che cerca­no un posto al Campionato del mondo. Quando si tratta di fa­re la pace occorre superare ostacoli improvvisi, e magari utilizzare colpi di maglio verba­li. Come ha fatto Sarkisian, ri­schiando di vanificare un anno di sforzi diplomatici con l’an­nuncio che, in assenza di un negoziato vero, non sarebbe andato in Turchia per la partita di ritorno, il 14 ottobre prossi­mo. Ieri i ministri degli Esteri dei due Paesi si sono finalmen­te accordati: sostenendo che entro sei settimane, una bozza per la normalizzazione delle re­lazioni sarà sottoposta ai ri­spettivi parlamenti. L’Armenia contesta alla Turchia di non vo­ler riconoscere il genocidio dei suoi connazionali, tra il 1915 e il 1917; la Turchia, che fu il pri­mo Paese a riconoscere l’Arme­nia dopo il crollo dell’Urss, chiuse le sue frontiere nel 1993 quando le forze armene si mobilitarono nell’enclave cristiana del Nagorno-Kara­bakh, quindi nel territorio del­l’alleato Azerbaijan.
Contenzioso pesantissimo. Ma la volontà può superare qualsiasi ostacolo. E ora Anka­ra e Erevan si preparano a defi­nire i dettagli su quattro impe­gni: normalizzazione delle rela­zioni, con apertura delle sedi diplomatiche; creazione di commissioni che dovranno analizzare ogni controversia; ri­discussione dell’accordo di Kars (1921) sui confini tra Tur­chia e Armenia; apertura delle frontiere e avvio di scambi commerciali.
Inutile ricordare che una spinta decisiva è stata data in aprile dal presidente degli Sta­ti Uniti Obama, che ha incon­trato i due ministri degli Este­ri. Ma non si può sottacere co­me
il progetto di accordo con­tenga importanti capitoli eco­nomici e strategici. Neutralizza­re l’ostilità dell’Armenia favori­sce i disegni della Turchia, sempre più intenzionata a di­ventare l’irrinunciabile canale di transito di tutte le risorse energetiche dell’area verso l’Europa. Certo, l’Azerbaijan, ricco di gas e petrolio, può ave­re qualche ragione di risenti­mento con Ankara (il Nagor­no- Karabakh è una ferita aper­ta), di cui però non può fare a meno. Ancora una volta, quin­di, quanto è accaduto confer­ma la linea vincente del pre­mier turco Erdogan. Se norma­lizzazione vi sarà davvero, è an­che e soprattutto merito suo.

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