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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera - La Stampa Rassegna Stampa
09.07.2009 G8: Condanna la 'violenza post elettorale' e ricerca una 'soluzione diplomatica' alla questione nucleare in Iran
Tutto qui?

Testata:Corriere della Sera - La Stampa
Autore: Maurizio Caprara - Filippo Andreatta - La redazione della Stampa
Titolo: «Iran, no a violenze e negazionismo - Senza più legittimità Teheran cerca un nemico esterno - Teheran rilascia cento manifestanti»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 09/07/2009, a pag. 3, l'articolo di Maurizio Caprara dal titolo " Iran, no a violenze e negazionismo " e, a pag. 42, l'articolo di Filippo Andreatta dal titolo " Senza più legittimità popolare Teheran cerca un nemico esterno ". Dalla STAMPA, a pag. 17, l'articolo dal titolo " Teheran rilascia cento manifestanti ". Ecco gli articoli:

CORRIERE della SERA - Maurizio Caprara : " Iran, no a violenze e negazionismo "

 G8

L’AQUILA — «Violenza post-elettorale». È con questa espressione asettica, ieri, che il G8 ha definito le cariche ordina­te in Iran dal regime di Mah­moud Ahmadinejad ai miliziani basiji affinché spezzassero le os­sa a studenti indignati per le irre­golarità nelle elezioni del 12 giu­gno. Malgrado gli sherpa ci aves­sero lavorato da settimane, al­l’Aquila la dichiarazione sulla po­litica internazionale è stata la più travagliata. Tra i capi di Sta­to e di governo dei Paesi più svi­luppati del mondo con l’aggiun­ta della Russia, Barack Obama e altri hanno fronteggiato pressio­ni britanniche e francesi a favore di un inasprimento delle sanzio­ni. Poi gli Otto hanno sancito: «Restiamo impegnati a trovare una soluzione diplomatica alla questione del programma nucle­are dell’Iran». I timori geopoliti­ci hanno prevalso sull’indigna­zione (occidentale, non russa) per la repressione.
In una dichiarazione che fa proprio l’obiettivo obamiano di «un mondo senza armi atomi­che », il paragrafo su Teheran è derivato da un gioco di equilibri mentre la Casa Bianca faceva sa­pere che il presidente Usa vorreb­be organizzare per marzo 2010, a Washington, un vertice sulla si­curezza nucleare con un numero di Paesi tra i 25 e i 30. «Conti­nuiamo a essere seriamente pre­occupati dagli eventi in Iran. Ri­badiamo il nostro totale rispetto per la sovranità dell'Iran. Al tem­po stesso, deploriamo la violen­za post-elettorale», è stato scrit­to nella versione finale della di­chiarazione del G8. Pur valutan­do come «inaccettabili» le «de­tenzioni ingiustificate dei giorna­listi » e «gli arresti di stranieri», il documento è ricorso a un ap­pello singolare per un Paese nel
quale la legge ha un valore relativo: «Risolvere la situazione attraverso un dialogo democrati­co sulla base dello Stato di dirit­to ». Che la Repubblica islamica non avrebbe ricevuto drastiche messe in guardia era intuibile. La Russia è contraria a una linea dura verso Teheran. Obama è orientato a non ritirare ancora l’offerta di dialogo già rivolta al­lo Stato degli ayatollah per indur­lo a non dotarsi di bomba atomi­ca. «È molto importante per la Comunità internazionale parlare con Paesi come l’Iran e la Corea del Nord per incoraggiarli a com­piere passi che non portino alla prolife­razione nucleare», ha detto il presidente Usa. All’Aqui­la i test atomici di Pyongyang so­no stati condannati come «peri­colo per la pace».
«Per ora non ci sono le condi­zioni », aveva risposto Franco Frattini a chi gli domandava se dal G8 sarebbero state concorda­te azioni più decise contro l’Iran. «Troveremo la parola giusta, che sia di condanna o deplorazio­ne », aveva aggiunto. Considera­to che non si definiva illegittima la presidenza di Ahmadinejad, su richiesta della Francia per bi­lanciare il messaggio è stata ri­servata la condanna a un aspetto sul quale è arduo risparmiarsela: i membri del G8 «condannano le dichiarazioni» di Ahmadinejad «che negano l’Olocausto». Una novità da parte del G8, ma i suoi membri lo avevano già detto.

CORRIERE della SERA - Filippo Andreatta : " Senza più legittimità popolare Teheran cerca un nemico esterno "

Sino a poco tempo fa, l’Iran era un’atipica ma autentica mi­stura di teocrazia e democrazia. Non a caso, se la guida suprema del Paese è stata da sempre, con Khomeini prima e Khamenei dopo, il garante dell’ortodos­sia islamica, il capo del governo è stato quasi sempre un leader moderato, co­me Rafsanjani o Khatami dal 1989 al 2005. L’Iran ha potuto così sopravvivere alla lunga guerra contro Saddam Hus­sein negli anni 80 e innescare un limita­to periodo di riforme con il sostegno della popolazione. La contestata riele­zione di Ahmadinejad ha invece aperto una contraddizione tra le due fonti di legittimità del Paese.
Nonostante solo alcuni politici fosse­ro autorizzati a correre contro di lui, il ricorso a brogli sistematici per ottenere la rielezione ha dimostrato come Ahma­dinejad abbia preferito l’appoggio della guida suprema, che ha abbandonato la propria formale neutralità per coprire le scorrettezze del voto, a una legittima­zione popolare. L’uso spregiudicato del­la forza per spegnere le popolari e spon­tanee proteste può quindi essere equi­parato ad un vero e proprio cambiamen­to di regime. Sebbene, almeno sinora, la repressione abbia avuto successo, il «nuovo» regime ha bisogno di una legit­timazione non più fornita dagli elemen­ti democratici del regime passato. Una frequente risposta di leadership in defi­cit di legittimità è l’identificazione di un nemico esterno che permetta di uti­lizzare la carta del patriottismo. Nel ca­so iraniano si tratta di pretesti, in quan­to è da molto tempo che l’Iran, con la debolezza dei suoi vicini in Iraq e Afgha­nistan e l’offensiva moderata di Obama, non è sicuro come invece è oggi. Ciò no­nostante, non bisogna sorprendersi se alle provocazioni nucleari dello scorso mandato, Ahmadinejad abbia aggiunto ora gli incidenti diplomatici come quel­lo della Gran Bretagna.
L’accusa di alto tradimento con una potenza straniera, per i principali oppo­sitori giunge quindi come un fatto estre­mamente preoccupante, ma non del tut­to imprevedibile. Con ogni probabilità, le scelte radicali di Ahmadinejad e Kha­menei condannano per il futuro all’in­stabilità non solo la politica interna ira­niana, ma anche quella estera.

La STAMPA - " Teheran rilascia cento manifestanti "

 Sostenitori di Moussavi

Cento manifestanti arrestati durante le proteste contro i risultati delle presidenziali del 12 giugno scorso in Iran verranno rilasciati tra oggi e domani. Lo afferma il capo della polizia iraniana, Ismaeil Ahmadi-Moqaddam, sul sito dell’emittente Irib, precisando che sono già stati scarcerati oltre 600 dei mille arrestati dopo le elezioni. Nei giorni scorsi il leader dell’opposizione Mir-Hossein Mousavi aveva ripetutamente chiesto alle autorità giudiziarie e di polizia l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici, tra i quali ci sono dissidenti, giornalisti, studenti ed ex deputati del parlamento. Intanto esperti di diritti umani delle Nazioni unite hanno chiesto il permesso di visitare l’Iran e valutare le condizioni dopo i disordini seguiti delle scorse settimane «La base legale per gli arresti rimane non chiara - hanno scritto in un comunicato i sei esperti, che riferiscono al Consiglio dell’Onu per i diritti umani -. Chiediamo al governo iraniano di rispettare i suoi obblighi secondo la legge internazionale e lo incoraggiamo a onorare il suo invito agli esperti Onu a svolgere visite ufficiali nel paese».

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