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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
09.06.2009 Ora in Arabia Saudita si può andare al cinema
Basta essere maschi

Testata: Corriere della Sera
Data: 09 giugno 2009
Pagina: 31
Autore: Cecilia Zecchinelli - La redazione del Corriere della Sera
Titolo: «A Riad il cinema non è più peccato. Ma rimane 'per soli uomini' - Non vado in tv senza permesso»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 09/06/2009, a pag. 31, l'articolo di Cecilia Zecchinelli dal titolo " A Riad il cinema non è più peccato Ma rimane «per soli uomini» " e la breve dal titolo " Non vado in tv senza permesso ".

Cade un divieto trentennale, quello di proiettare film pubblicamente. Ma alle donne rimane il divieto di andare a vederli. Rimangono anche tutti gli altri divieti incomprensibili, come quello di guidare, di svolgere lavori a contatto con uomini che non siano parenti o il proprio marito, di andare in tv...ci vorrebbe troppo spazio per elencarli tutti.
La condizione della donna è disastrosa. Sottomissione, umiliazione, divieti. Queste le parole chiave per descriverla, come testimoniato dalla cronaca di Cecilia Zecchinelli e dalla breve riportata di seguito. Per questo non vediamo niente di eccezionale in questa notizia: viene proiettato un film, ma non tutti possono andare a vederlo. Non è cambiato nulla. E' sempre la stessa Arabia Saudita fondamentalista. Ecco gli articoli:

Cecilia Zecchinelli : " A Riad il cinema non è più peccato. Ma rimane 'per soli uomini' "

Terra di record importanti (i luoghi islamici più santi, le riserve di greggio più ricche), l’Arabia Saudita è anche Paese dai molti, asso­luti divieti. Nessuna donna, come tutti sanno, può ancora guidare. Nessuna chiesa o sinago­ga o tempio indù esistono sul suo suolo. Ma nemmeno è permessa l’esistenza di cinema. Ed è così considerato un evento «storico» la prima visione pubblica di un film nella capita­le Riad, con modalità quasi normali: un centro culturale trasformato in sala cinematografica, il corredo di bibite e popcorn, i biglietti acqui­stabili da tutti, o quasi.
Vietato, infatti, l’accesso a donne e ragazze sopra i 10 anni, per lo stesso motivo che da 30 anni ha fatto dell’andare al ci­nema una delle tante atti­vità haràm (peccato) per i sauditi. Ovvero la commistione tra sessi, ancora oggi assoluta­mente proibita dall’Islam wahhabita in scuole, uffici, ristoranti, palestre, ovunque possa esse­re evidente (in casa è diverso) un contatto tra uomini e donne non parenti tra loro.
Grande attenzione, quindi, per la prima a Riad di
Menahi, dal nome del protagonista, un ingenuo beduino saudita travolto dalla mo­dernità della vicina Dubai e dai misteriosi mec­canismi finanziari dell’emirato, impersonato dall’attore Fayz Al Malki, già popolarissimo per le sue serie tv. A parte l’esclusione delle donne, la première è stata preceduta da una pubblicità sottotono, dai permessi richiesti a ministeri e varie autorità, soprattutto dalla ta­cita benedizione di Re Abdullah, impegnato dalla sua nomina nel 2005 in una cauta ma co­stante opera di riforme. Anche perché autore dell’iniziativa è un membro della famiglia rea­le.
Il principe Al Walid Bin Talal, nipote del so­vrano, 13esimo uomo più ricco del pianeta, azionista di colossi bancari e immobiliari in mezzo mondo, già socio in Italia di Berlusco­ni, negli ultimi anni ha aggiunto alla sue pro­prietà il gruppo Rotana, primo dell’entertain­ment nei Paesi arabi, attivo nella musica, nelle tv, nell’editoria. E ora nel cinema: già nel 2006 il principe aveva prodotto la prima pellicola nel Regno, Keif Al Hal? (Come va?), «comme­dia alla saudita» ma girata a Dubai e distribui­ta ovunque tranne che in Arabia perché i tem­pi non erano maturi. I sauditi cinefili erano sta­ti costretti, per vederla, a trasferte negli Emira­ti o in Bahrain; la mobilitazione per mettere fi­ne al divieto dei cinema era iniziata. Anche su Facebook, diventato in Arabia (e non solo) il veicolo preferito da giovani e dissidenti per or­ganizzare campagne e proteste, spesso vitto­riose.
Con
Menahi, finalmente, il tabù è stato in­franto: già prima che a Riad, il film era uscito a Gedda, a Taif e a Jazan, dove «25 mila uomini e 9 mila donne — annuncia Rotana — l’hanno visto». Senza problemi: le spettatrice erano in galleria e gli spettatori in platea, nessuno scan­dalo. Ma Riad è un’altra cosa: la capitale e la sua regione, il Nejd, sono la roccaforte dei tra­dizionalisti e degli integralisti, chiusi nell’orgo­glio di essere l’unica terra islamica mai conqui­stata da stranieri, isolati da tutti per secoli. E non sorprende che sia stato qui, e non nella costiera e rilassata Gedda, che sia avvenuta la contestazione di una quindicina di «mutawa». Giovani uomini ferventi e iperconservatori, ri­conoscibili da barbe, tuniche informi e nessu­na concessione al lusso, hanno tentato di bloc­care la visione del film, insultando gli attori e intimando agli spettatori di «non peccare». Nelle ore precedenti, il protagonista aveva rice­vuto minacce via telefono e sms: se oltre a reci­tare nel film ne avesse permessa la visione, di­cevano, gli sarebbe venuto un cancro e sareb­be stato maledetto da Allah.
«Questa gente non ha più una vera influen­za, non rappresenta l’Islam né la virtù, non conta niente», ha minimizzato Al Malki. E la potente organizzazione ufficiale dei «mu­tawa » ha preso in effetti le distanze: il tentato boicottaggio era un atto individuale, ha detto la Commissione per la protezione della virtù e la prevenzione del vizio. Anche questo un se­gnale importante che i tempi stanno cambian­do. La promessa fatta pochi mesi fa ai giovani del Golfo dal principe al Walid — «voglio cor­reggere un grave errore: voi avete il diritto di divertirvi, e di guardare i film» — sembra così vicina ad avverarsi. E non solo nel chiuso delle case, nei cine-club fatti tra amici come avvie­ne pure in Iran, o sul computer: in cinema ve­ri. Magari, perfino, aperti a donne e ragazze.

" Non vado in tv senza permesso "

RIAD — Finché non riceverà il permesso, il primo ministro donna nella storia dell’Arabia Saudita non apparirà in tv. «Non toglierò il velo né apparirò sugli schermi tv a meno che non sia lecito», ha detto Nura Al Faiz, vice ministro per l’istruzione femminile, nominata a febbraio da Re Abdullah.

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