Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Attesa al Cairo per l'arrivo di Obama La cronaca di Francesco Battistini
Testata: Corriere della Sera Data: 02 giugno 2009 Pagina: 17 Autore: Francesco Battistini Titolo: «Il Cairo attende Obama e avverte:»
Gli egiziani sono convinti che Obama sia il nuovo faraone, un novello Tuthankamon a respiro mondiale. Se ripassassero la loro storia, dovrebbero astenersi dal paragone, visto che un'altra volta, qualche migliaio di anni fa, con gli ebrei non finì bene come avevano sperato, E gli ebrei non solo ci sono sempre, ma hanno anche uno Stato. Fra due giorni Obama arriva al Cairo, siamo tutti in attesa di sentire cosa avrà da dirci. Francesco Battistini, sul CORRIERE della SERA, di oggi, 02/06/2009, a pag. 17, con il titolo " Il Cairo attende Obama e avverte: Spetta a Israele fare gesti di pace", nel quale riporta le opinioni del ministro degli esteri di Mubarak Ahmed Aboul Gheit. Eccolo:
GERUSALEMME — Con quel nome può dire ciò che vuole. E infatti i giornali egiziani lo titolano per intero: BarackHussein Obama. Il primo presidente americano «di bell’aspetto e di buone maniere », questo significa Hussein. L’unico che abbia vissuto un po’ d’infanzia musulmana. Il primo che abbia scelto l’aula magna dell'Università Al Ahzar, la più grande scuola islamica del mondo, per parlare al mondo arabo. Il solo a inchinarsi davanti ai Gran muftì dell’Egitto sunnita, Muhammad Tantawi e Ali Gomaa, e dopo avere reso omaggio ai custodi sauditi della Mecca, e con un discorso che raggiunga le madrasse dal Marocco all’Indonesia. «Questo — dice Ahmed Aboul Gheit, ministro degli Esteri di Mubarak — è il posto migliore che potesse scegliere: da qualsiasi altra parte, qualunque cosa abbia deciso d’annunciarci giovedì, avrebbe la metà dell’effetto». Otto ore cairote. Già, ma per dire che? «Desidero usare questa occasione — ha anticipato Obama — per presentare un messaggio su come gli Stati Uniti possono migliorare le loro relazioni con il mondo musulmano». A scanso d’equivoci, Gheit chiarisce cosa non vuol sentire: la settimana scorsa, il ministro egiziano è stato invitato a Washington da Hillary Clinton, c’erano loro due e i capi delle sicurezze nazionali, e lì è stato sondato su un eventualerefresh della pace araba con Israele. «Io ho risposto che, dopo Oslo, alcuni Paesi arabi diedero a Israele la possibilità d’aprire uffici nelle loro capitali — confida Gheit a un giornale saudita —. Però adesso questi Paesi vogliono vedere da Israele gesti concreti, prima d’aprirsi a nuove iniziative ». Messaggio chiarissimo: non esiste «un mondo arabo», esistono molti governi con vedute diverse, e comunque non si può chiedere loro il riconoscimento d’Israele «quando c’è un ministro israeliano — non lo cita, ma si riferisce ad Avigdor Lieberman — che un giorno si alza e dice: il numero degli arabi in questo Paese è salito troppo, dobbiamo ridurre il loro peso demografico per mantenere l’identità ebraica, quindi gli arabi israeliani se ne devono andare via, in Palestina o fuori da Israele». Altro che Iran. Altro che gli allarmi da Gerusalemme, coi servizi israeliani che avvertono: «Entro l’anno, Teheran avrà l’atomica». La posizione araba è chiara e l’ha già spiegata Mubarak: il nodo è sempre la questione palestinese. Per il governo del Cairo, che ha pessimi rapporti con gli ayatollah, il dossier nucleare è un tema secondario. E anche la fatwa lanciata in queste ore da Ali Gomaa, contro chi fabbrica armi di distruzione di massa che «mettono in pericolo la vita di musulmani e non musulmani», ci si premura di non considerarla uno schiaffo agli ayatollah: casomai un altolà a Israele. Che un segno di distensione, peraltro, l’ha lanciato: togliendo il veto alla candidatura Unesco di Faruq Hosni, il ministro della Cultura egiziano pronto a «bruciare» nella Biblioteca di Alessandria i libri scritti in ebraico. Mai così blindati, al Cairo. Trentamila poliziotti, tremila uomini dei servizi. Gli elicotteri della Marina che seguiranno Obama passo passo. Un sondaggio Gallup dice che questo presidente ha un credito enorme fra gli arabi: il 25% di simpatie in Egitto (Bush aveva il 6), il 29 in Arabia (contro il 12), il 37 in Tunisia (14), il 15% in Siria (4, il predecessore). Sarà più Barack o più Hussein? «Le attese e i dubbi — riassumeAl Ahram, il giornale più diffuso — sono tanto grandi quanto esagerati».
Fumetto o possibile realtà ?
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