Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il ' piano B ' per sconfiggere Israele L'analisi di Dimitri Buffa
Testata: L'Opinione Data: 11 marzo 2009 Pagina: 9 Autore: Dimitri Buffa Titolo: «Basta guerre con Israele. Facciamoci pace e poi cerchiamo di vincere con l'arma demografica»
Riportiamo dall'OPINIONE di oggi, l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " Basta guerre con Israele. Facciamoci pace e poi cerchiamo di vincere con l'arma demografica ". Ecco l'articolo:
Esistono ormai due scuole di pensiero, chiamiamole così, nel mondo arabo-islamico su come rapportarsi al non particolarmente amato stato di Israele. La prima che potremmo chiamare “iraniana” è ben nota: guerra, morte e odio “in saecula saeculorum” e amen. Si avvale del terrorismo, dell’arma nucleare se e quando ci sarà, e propaga la disinformazione e la menzogna sulla causa palestinese attraverso il lavaggio del cervello. La seconda, che potremmo chiamare sunnita e saudita, da un po’ di tempo a questa parte va predicando la concordia e il ristabilimento di rapporti umani con lo stato ebraico. E magari, perché no, il riconoscimento di Israele se e quando si farà l’accordo di pace con i palestinesi che finalmente potranno avere la nazione tanto agognata. Anche per paura dell’asse tra Iran, Siria e sunniti di hamas. Tanto, è il pensiero recondito, alla fine la guerra etnico religiosa sarà vinta grazie all’arma demografica. Un po’ come dicevano gli algerini all’epoca della guerra di liberazione dal colonialismo francese; vinceremo con il ventre delle nostre donne. Di quest’ultima scuola fanno parte anche i “pensatori” del quotidiano saudita, stampato a Londra, “Al-Sharq Al-Awsat” che altro non significa in arabo che Medio Oriente. Proprio “Al-Sharq Al-Awsat” ha recentemente pubblicato un articolo del filosofo siriano Hashem Saleh, che risiede a Parigi, intitolato “Verso una riconciliazione fra arabi ed ebrei”. Nell’articolo sottotitolato “Voglio che questa a Gaza sia l’ultima guerra”, Saleh argomenta che è venuto il tempo che gli arabi facciano la pace con Israele e che si concentrino sullo sviluppo dei loro paesi e che il problema palestinese si risolverà attraverso la naturale superiorità demografica dei palestinesi sugli israeliani. Eccone qualche stralcio: “Questo sorprendente titolo causerà forti reazioni. La gente dirà: ‘Il sangue sparso a Gaza si è appena seccato, e lui sta già parlando di sconfitta e di riconciliazione con il nemico!’. Ciò nonostante, dopo avere pensato a lungo su questa faccenda, sono determinato a difendere la mia posizione.” Dopo la prolusione Saleh passa al sodo: “Confesso di essere rimasto sorpreso dalle mie stesse conclusioni. Non mi aspettavo di giungere a queste conclusioni dopo avere studiato per molti anni ogni aspetto di questo dilemma. Ho passato molte ore in isolamento, leggendo tantissimo su questo conflitto infernale, prima di arrivare a definire la mia posizione attuale.”
Ergo? “Allo stato delle cose, credo fermamente che sarebbe assurdo e privo di significato continuare questo conflitto, perché soffoca la nostra rinascita e la nostra libertà. È diventato un fardello inutile. È diventato un inutile spreco di tempo, di energie, di denaro e di vite umane.” Poi la tesi accettabile anche nell’ottica dell’ “islamically correct” anti israeliano: “Voglio che quella di Gaza sia l’ultima guerra. Cominciamo da capo una nuova era nella regione e usiamo tutte le energie finora sprecate e le occasioni mancate per la ricostruzione e per lo sviluppo, invece che per la distruzione e la devastazione. Investiamo le nostre energie per costruire scuole, università, ospedali e per parchi gioco per i bambini.” E questo soprattutto perché, “..per consentire all’impresa culturale araba di mettersi veramente in cammino, non possiamo continuare a ritardarla con il pretesto di liberare la Palestina. Prima di tutto liberiamo il pensiero arabo, e la liberazione della Palestina seguirà da sola.” Poi Saleh riconosce da dove ha tratto queste riflessioni: “Ammetto che per me la scintilla è stata la lettura dell’ultimo libro del pensatore palestinese Sari Nusseibeh, recentemente pubblicata in inglese e in francese con il titolo ‘C’era una volta un paese: la vita di un palestinese’. È stato questo libro che mi ha indotto a prendere la mia posizione attuale, che mi creerà certamente dei problemi e mi farà litigare con i demagoghi arabi, che riempiono i programmi televisivi e i giornali con i loro strilli e i loro guaiti”. Poi l’articolo prosegue con il colpo di scena finale, come a dire, “non temete che neanche noi amiamo Israele”, né riconosciamo il suo diritto a essietre e né tantomeno siamo dei pacifisti: “Dico con sicurezza che possiamo vincere questa battaglia senza tirare un solo colpo. Ma usando una tattica differente, cioè attraverso il nostro tasso di natalità e la demografia. I palestinesi sopraffarranno gli israeliani e li influenzeranno per una questione di numeri.”
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