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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Avvenire Rassegna Stampa
03.12.2008 Persecuzione anticristiana in Iraq
la denuncia di Joseph Yacoub, professo­re di scienze politiche all’Università cattolica di Lione

Testata: Avvenire
Data: 03 dicembre 2008
Pagina: 16
Autore: Luca Geronico
Titolo: ««In Iraq c’è un progetto per eliminare i cristiani»»
Da AVVENIRE (pagina 18)del 3 dicembre 2008, l'articolo di Luca Geronico «In Iraq c’è un progetto per eliminare i cristiani»:

U n futuro sem­pre più cupo per i cristiani iracheni vittima di u­na deliberata «strate­gia politica per elimi­narli ». Un esodo for­zato – secondo alcuni addirittura una vera “pulizia etnica” – che va contrastata superando «la lo­gica delle divisioni e degli egoismi personali». Joseph Yacoub, professo­re di scienze politiche all’Università cattolica di Lione, figlio di profughi caldei, segue con crescente preoccu­pazione la sorte della minoranza.
  Nessuna svolta sostanziale può veni­re dal travagliato accordo fra il go­verno e gli Stati Uniti per il ritiro del­le truppe, ma solo un «cambiamento di facciata» commenta in un’intervista ad
AsiaNews. L’esercito a­mericano rimarrà ancora per tre anni, «quindi il Pae­se sarà a tutti gli effetti sotto occupazione». Una si­tuazione che dura dal 2003 e che «non ha portato cambiamenti sostanziali in termini di sicurezza». U­na speranza: dopo l’insediamento il nuovo presidente americano Barack Obama potrebbe, impugnando u­na clausola dell’accordo, anticipare il ritiro. Per Ya­coub un ritorno alla piena sovranità di Baghdad solo formale in un Paese con una democrazia fittizzia o che comunque zoppica vistosamente: la prova è nei soli sei seggi attribuiti alle minoranze dalla nuova legge elettora­le per le consultazioni provinciali no­nostante le proteste della comunità cristiana e dei vescovi iracheni e le nu­merose pressioni internazionali.
  «Appare evidente una politica di e­marginazione, che nel caso di Mosul si è trasformata in persecuzione», af­ferma. Decisioni che testimoniano una «strategia de­liberata che mira a eliminare politicamente i cristia­ni dal Paese». Chi ha interesse a farlo? Nessun dub­bio per Yacoub: «La colpa è di chi governa l’Iraq. In teoria le minoranze sono riconosciute e tutelate dal­la Costituzione, ma si tratta anche qui di una dichia­razione di facciata». La realtà spinge invece i cristia­ni verso un drammatico bivio: l’esodo o il rifugio nel­la piana di Ninive. Una prospettiva a cui Yacoub non vuole cedere: «L’Iraq deve rimanere unito, e basare le proprie fondamenta non su criteri confessionali, re­ligiosi, etnici, che portano solo a divisioni. Bisogna u­scire da questa logica, perché condurrà solo alla spac­catura del Paese». Una enclave cristiana, nel miglio­re dei casi, diverrà solo una «zona tampone fra gli a­rabi e i curdi, e potrà essere strumentalizzata». Non può essere la soluzione per una comunità che vive nel Paese da millenni e che è una testimonianza concre­ta di pluralismo, di multi-culturalismo. Un Paese in cui possano vivere in sicurezza tutti gli iracheni: «E ga­rante di tutto ciò deve essere il governo, sostenuto dalla comunità internazionale», conclude Yacoub.


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