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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Avvenire Rassegna Stampa
24.11.2008 L'esodo dei cristiani dall'Iraq
in fuga dalle persecuzioni del fondamentalismo islamico

Testata: Avvenire
Data: 24 novembre 2008
Pagina: 3
Autore: Camille Eid
Titolo: «Esodo, Iraq, cristiani in fuga. Le rotte della disperazione»
Da pagina 3 di AVVENIRE del 24 novembre 2008, riportiamo l'articolo di Camille Eid "Esodo, Iraq, cristiani in fuga. Le rotte della disperazione":

È un prezzo altissimo quello che ha pagato la comunità cristiana in Iraq nei cinque anni e mezzo seguiti alla caduta di Saddam Hus­sein. Si stima che dal 2003 un migliaio di fedeli abbiano perso la vita, tra cui otto sacerdoti e un vescovo (monsignor Boulos Faraj Rahho), senza dimenticare le centinaia di uomini e bambini se­questrati a scopo di estorsione e le decine di ra­gazze violentate. I danni materiali sono ingenti: circa 500 negozi sono stati dati alle fiamme e 52 chiese hanno subito attentati. Ma c’è un altro da­to allarmante che tocca la stessa sopravvivenza di questa Chiesa millenaria, quello che riguarda l’e­sodo, interno ed esterno, di migliaia di cristiani.
 
Qualche rassicurazione sul loro futuro è arrivata di recente. Di ri­torno dalla sua recente visita a Baghdad, il ministro Franco Frat­tini ha detto di aver inoltrato al premier iracheno Nouri al-Ma­liki un «messaggio chiaro». «L’I­talia – ha detto il capo della Far­nesina – fa tanto e farà ancora di più per l’Iraq, ma la nostra at­tenzione alla comunità cristiana sarà sempre più forte». E l’al­troieri in un’intervista ad Avveni­re
  il vicepresidente del Consiglio di sicurezza ira­cheno affermava che la questione dell’esodo rap­presenta una priorità per il suo governo, il quale ha studiato un piano per favorire il ritorno degli sfollati nelle loro abitazioni.
  Ma quanti sono oggi i cristiani costretti a ripara­re in altre zone dell’Iraq, ritenute più sicure, e quanti sono quelli fuggiti all’estero? Impossibile dirlo con esattezza, ma le numerose testimo­nianze raccolte aiutano a farsi un’idea. Dei 600mi­la che risiedevano fino a dieci anni fa in Iraq (co­stituiti principalmente da assiro-caldei, ma anche da siriaci, armeni e latini), una buona metà ha raggiunto una nuova patria in America, in Au­stralia o in Europa, oppure spera di raggiungerla presto aspettando il visto in qualche Paese del Medio Oriente. Gli altri 300mila rimasti in Iraq ri­sultano per lo più concentrati nella Piana di Ni­nive, una fertile zona stretta tra il Tigri e il Gran­de Zab, considerata un vero e proprio «home­land » da molti iracheni cristiani. Una concentra­zione, questa, che rischia, secondo alcune auto­rità
ecclesiali, di portare i cristiani a chiudersi in un grande ghetto.
  La campagna di terrore scatenatasi il mese scor­so a Mosul ha portato, secondo le nostre fonti, al­l’esodo di 2.350 famiglie cristiane da questa città a maggioranza sunnita, per un totale di almeno 13mila persone. La maggior parte di questi sfol­lati ha trovato asilo a Bakhdida, Bartela, Tellsqof, Telkaif, altri a Baashiqa e Alqosh. Il massiccio flus­so di famiglie ha messo in crisi diversi centri ur­bani e villaggi che si sono trovati spiazzati dall’e­mergenza. A Batnaya, per esempio, nel 2003 si contavano 650 famiglie residenti, poi il numero è salito alla fine del 2006 a 1050 famiglie con la fu­ga da Baghdad e da altre città di numerosi fedeli. E ora, nell’ultimo esodo forzato dei cristiani di Mosul, vi si sono aggiunte altre 68 famiglie. Lo stesso vale per la località di Bakhdida (detta an­che Qaraqosh) dove alle cin­quemila famiglie originali se ne sono aggiunte 1050 da Bagh­dad e dintorni e ora altre 697. Circa la responsabilità di que­sti esodi forzati le affermazioni divergono. I curdi, che control­lano militarmente la città, ac­cusano le bande sunnite lega­te ad al-Qaeda, mentre i parti­ti sunniti chiamano in causa proprio i
peshmerga
 curdi. Durante un incontro con alcune famiglie sfollate da Mosul, un generale americano ha chie­sto di indicargli gli autori della violenza anti-cri­stiana per punirli immediatamente. Retorica la ri­sposta di un sacerdote presente: «Se la tua casa è protetta da una guardia e poi subisce un furto, chi è la prima persona che ti viene in mente di inter­rogare?
 
». Quanti di questi sfollati rischiano poi di ingrossa­re le fila dei disperati che aspettano un visto in Giordania, Siria o Libano? Sicuramente molti. Ne­gli Stati Uniti le già folte comunità caldee di De­troit e California sono quasi raddoppiate. Oggi si parla di almeno 300mila iracheni cristiani (caldei, assiri e siriaci messi insieme); in Canada 35 mila, e altrettanti in Australia; in Europa si contavano fino al 2000 circa 65mila fedeli, ma con ogni pro­babilità il numero è oggi raddoppiato. Le princi­pali comunità si trovano in Svezia (a Södertälje, in particolare), Francia (a Sarcelles, alla periferia di Parigi) e Germania.
 La maggior parte di coloro che è rimasta nel Paese si è concentrata nella Piana di Ninive, che rischia di diventare un grande ghetto


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