Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Evviva il "ritorno dei profughi", e la conseguente distruzione di Israele per il bene (illusorio) dei cristiani
Testata:Terrasanta.net Autore: Giuseppe Caffulli Titolo: «Cristiani, diplomazia e discriminazione»
"Il riconoscimento d'Israele e l'avvio di rapporti diplomatici in cambio della pace con i palestinesi, del ritiro israeliano dai Territori occupati e del ritorno dei profughi (in pratica la proposta dell'Arabia Saudita ribadita nel Vertice della Lega araba di Damasco a fine marzo)" scrive Giuseppe Caffulli su TERRASANTA:NET "significherebbe anche per milioni di cristiani la fine di un'inammissibile discriminazione".
Ricodiamo che il "ritorno dei profughi" significherebbe la fine di Israele, la sua trasformazione in uno stato arabo-islamico. Anche per i cristiani, allora, incomincerebbe davvero "un'inammissibile discriminazione" simile a quella oggi in vigore nell'Islam, ma non in Israele.
Ecco il testo completo dell'articolo:
A fine marzo un sacerdote francescano, membro di un gruppo di pellegrini studenti di teologia a Roma, è stato respinto alla frontiera dai servizi di sicurezza israeliani. Pur avendo i documenti in regola, il sacerdote è stato rispedito a Roma. Unica colpa: essere cittadino del Pakistan, Paese a maggioranza musulmana che non ha rapporti diplomatici con Israele.
Lo stato di perenne tensione con i Paesi a maggioranza musulmana crea una situazione davvero paradossale per le minoranze cristiane, che non possono recarsi in Israele neppure per questioni religiose. Se si escludono Giordania, Egitto, Turchia, Mauritania e Albania, Israele non viene riconosciuto da nessun Paese a maggioranza musulmana.
Ad oggi sono una trentina (31 per l'esattezza, comprese Cuba e Corea del Nord) le nazioni del mondo che non hanno relazioni ufficiali con lo Stato ebraico. Tra questi Paesi ve ne sono alcuni nei quali la presenza cristiana è tutt'altro che trascurabile. Basti pensare al Sudan (circa 3 milioni di fedeli), alla Siria (almeno 750 mila), all'Iraq (circa mezzo milione), al Libano (un milione e 300 mila), al Pakistan (10 milioni).
Il riconoscimento d'Israele e l'avvio di rapporti diplomatici in cambio della pace con i palestinesi, del ritiro israeliano dai Territori occupati e del ritorno dei profughi (in pratica la proposta dell'Arabia Saudita ribadita nel Vertice della Lega araba di Damasco a fine marzo) significherebbe anche per milioni di cristiani la fine di un'inammissibile discriminazione.
I cristiani pakistani stanno facendo pressione perché il governo di Islamabad arrivi a stabilire pieni rapporti diplomatici con Israele. Nel 2004 si era aperto un piccolo spiraglio, subito sbarrato dalle frange fondamentaliste pakistane. Ora, nell'anno del sessantesimo dalla nascita di Israele, qualcuno torna a sperare.