Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Micol Flammini dal titolo: "Perché Netanyahu ha vinto due volte"

Gerusalemme, dalla nostra inviata. L’affluenza alta non era il segnale del cambiamento, nemmeno del rovesciamento. Il Likud di Benjamin Netnayhu rimane il primo partito e durante la notte cresce, aumenta i suoi seggi, accresce la distanza da Yashar di Gadi Eisenkot, il più votato nel blocco del cambiamento, ma troppo poco per potersi imporre come il futuro primo ministro: il blocco non corre, arranca.
Dopo la chiusura delle urne, la sala in cui il Likud ha organizzato la nottata elettorale, davanti alla stazione di Gerusalemme, inizia a riempirsi di sostenitori, bandiere enormi, cappellini con la scritta “make Israele great again”, volti del leader Netanyahu ovunque, con chiunque, soprattutto con il presidente americano, Donald Trump. Il premier rimane al centro, tutto il resto gli gira attorno. Durante la serata elettorale c’è chi dice che arriverà all’una, chi alle due, chi alle tre. Tutti lo attendono. Iniziano a presentarsi i ministri, i suoi consiglieri, parlano con la stampa, lo fanno volentieri. Lodano il premier, il leader che non smette di vincere perché sa come prendersi cura del paese e conosce Israele meglio di chiunque altro. Meglio dei sondaggi che lo davano più debole di Eisenkot, in balia del cambiamento.
Netanyahu arriva in sala quando ormai a Gerusalemme sono le tre, la sala si è riempita, i suoi sostenitori non si sono stancati di agitare la bandiera di Israele, un signore anziano ne porta una enorme. E’ difficile dire chi sia il suo popolo, questa notte è arrivato quello che vuole essere visto, ragazzini e anziani, religiosi e laici. Poi c’è il sommerso, quello che è andato a votare per lui e forse per lui si è anche mobilitato ma non vuole apparire. Quell’Israele che i sondaggi non avevano guardato. Netanyahu arriva acclamato, ringrazia, canticchia, rivendica i successi sulla sicurezza, le eliminazioni illustri, da Sinwar a Nasrallah, da Haniyeh a Khamenei, i cui volti sono comparsi durante tutta la serata sugli schermi nella sala. Rivendica l’amicizia con Trump e il lavoro da finire insieme. Loda l’acume del paese, che sa sempre cosa scegliere. E infine getta la prima sfida e dice che il paese ha bisogno di un ampio governo di destra nazionale e bisogna “fare di tutto affinché non venga fermato da un governo dei partiti arabi”. Sono loro la vera sorpresa, i partiti arabi cresciuti di molto, tanto che più di un ago della bilancia sono ormai la rotonda attorno alla quale il futuro governo potrebbe dover gestire il traffico delle sue alleanze. Gli arabi si sono movimentati, qualcosa è cambiato nel paese. Bibi ha vinto, ma dentro la coalizione con cui ha governato c’è chi ha perso, è caduto. Primi fra tutti i partiti degli ultraortodossi, Shas si è indebolito rispetto al passato e nelle sue comunità si è registrato un astensionismo più forte del solito. Il partito rappresenta alla vecchia maniera una società che sta cambiando. L’estrema destra di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich è rimasta quasi invariata rispetto alle scorse elezioni.
Bibi ha vinto due volte, nei seggi e contro la scommessa che un blocco di partiti aveva fatto dimostrandosi incapace di trovare punti in comune se non quello di contrastare il premier. La formula tabù, “unità nazionale”, è quella che le leadership politiche non vogliono pronunciare ma che i cittadini caldeggiano. Tornare al voto è rischioso, soprattutto per l’opposizione.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostanti