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Informazione Corretta Rassegna Stampa
24.10.2026 Il disagio sociale, l'alibi per spaccare tutto e pretendere pure di essere capiti
Commento di Deborah Fait

Testata: Informazione Corretta
Data: 24 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: «Il disagio sociale, l'alibi per spaccare tutto e pretendere pure di essere capiti»

Il disagio sociale, l'alibi per spaccare tutto e pretendere pure di essere capiti

Commento di Deborah Fait

 Deborah Fait
Deborah Fait

 

Le orde di delinquenti giovani e giovanissimi che stanno devastando mezza Europa, con picchi di violenza indescrivibile in Francia e in Italia, Hanno una bandiera che li rappresenta: quella palestinese, la bandiera della violenza e del sangue, sventolata come fosse il simbolo nazionale dell'Europa. In Francia hanno bruciato chiese (5 in un solo giorno) e sinagoghe. A Marsiglia hanno dato alle fiamme tutti i negozi di ebrei (Giulio Meotti). In Italia hanno devastato Milano, Bologna, Roma e altre città. 

C’è una parola che ormai serve a tutto: disagio. E' il nuovo mantra, comegenocidio. Le orde si riempiono la bocca con queste parole e le urlano senza nemmeno conoscerne il significato. Per tre anni hanno urlato al genocidio a Gaza, prendendo per veri i numeri dei terroristi di Hamas. Adesso hanno aggiunto un' altra parola miracolosa, una specie di assoluzione collettiva, un lasciapassare morale che dovrebbe permettere di spiegare, attenuare e possibilmente perdonare qualsiasi comportamento. Si spacca una vetrina? Disagio sociale. Si saccheggia un negozio? Disagio sociale. Si aggredisce la polizia? Disagio sociale. Si paralizza una città, si distrugge il lavoro altrui, si semina paura? Bisogna comprendere il disagio sociale. Comprendere? Ma comprendere che cosa, esattamente? Che qualcuno è arrabbiato? Che esistono difficoltà economiche? Che la vita non è sempre facile? La storia dell’umanità è costellata di persone che hanno sofferto, lavorato, lottato contro le ingiustizie e affrontato difficoltà enormi. La maggior parte, però, non ha ritenuto necessario spaccare la testa a qualcuno o devastargli il negozio per dimostrare di avere ragione. Disagio? Le famiglie faticano a mettere insieme il pranzo con la cena? Ma le orde non hanno spaccato le vetrine dei negozi per rubare prosciutti o altri prodotti alimentari. No, rubavano i rolex e le felpe griffate! Milioni di euro di danni che mi auguro pagheranno i responsabili delle devastazioni e le loro famiglie.

E allora diciamolo chiaramente a grandi e piccoli delinquenti : non esiste alcuna giustificazione sociale che trasformi la violenza in una virtù.

Fin dalla mia adolescenza ho partecipato a tutte le manifestazioni possibili,  per i diritti delle donne, per l'aborto, per il divorzio, contro l'anitisemitismo, per Israele. Ero sempre presente! Ma sapete come andavamo in corteo all'epoca? Con dei fiori che offrivamo a chi ci guardava e magari ci gridava "andate a lavare i piatti". A quei tempi i violenti venivano fermati da noi stessi! A Brera dove frequentavo le Belle Arti la scena più violenta cui ho assistito è stato uno spintone a uno che rompeva le palle in un bar di artisti e la sua cacciata dal locale al grido di "impiegato". Ricordo che a me venne da ridere perche' "l'impiegatto" aveva un lavoro che gli dava da vivere e noi, gli artisti, eravamo tutti squattrinati. 

Una manifestazione è uno strumento democratico. Si scende in piazza, si protesta, si contesta il governo, si chiedono cambiamenti. Si può essere furiosamente contrari alle decisioni di chi governa, si possono denunciare ingiustizie e pretendere risposte. È legittimo, è necessario, è parte della democrazia. 

La libertà di protestare finisce dove comincia il diritto degli altri a non essere vittime della protesta.

Proviamo a immaginare il negoziante che apre la serranda e trova il proprio esercizio devastato. Non ha scritto le leggi economiche, non ha deciso il costo della vita, non ha risolto né provocato le disuguaglianze sociali. Ha semplicemente lavorato. Ha investito i risparmi, pagato le tasse, assunto personale, cercato di mantenere la propria famiglia. Poi arriva qualcuno con i capelli tagliati all'ultima moda, con addosso il piumino griffato, mi raccomando, che, in nome della giustizia sociale, gli distrugge la vetrina, gli devasta il negozio e gli ruba tutto quello che trova.

Chi dobbiamo comprendere? Il commerciante che ha perso il frutto del suo lavoro o il devastatore che ha deciso di sfogare la propria rabbia sul suo negozio?

Questa è la grande ipocrisia di una parte preponderante delle sinistre europee: la sofferenza merita solidarietà soltanto quando appartiene alla categoria giusta. Se a subire è chi lavora, paga le tasse e chiede semplicemente di essere lasciato in pace, la sua sofferenza diventa un dettaglio secondario.

Ma la giustizia sociale non può essere costruita sull'ingiustizia inflitta a un innocente.

E poi c'è la polizia. Quando gli agenti vengono aggrediti, insultati o bersagliati durante gli scontri, ricompare puntualmente la spiegazione sociologica. La rabbia, la marginalità, l'esclusione. Tutto può diventare una causa, tutto può essere trasformato in una giustificazione. Urlano "Sbirri di merda" ai poliziotti che si prendono in testa i sanpietrini per 1500 euro al mese.

Eppure, quando si parla di violenza di piazza, sembra che una parte della società abbia sviluppato un curioso sistema di valutazione: se il responsabile appartiene alla parte politica che ci piace, cerchiamo le cause sociali; se appartiene a quella avversaria, invochiamo immediatamente il rigore. Il reato cambia colore a seconda di chi lo commette. La vittima, invece, dovrebbe imparare a non disturbare la narrazione ipocrita dei politici e dei media di sinistra, sempre pronti a coccolare i delinquenti purche' siano di seconda generazione. Se sono italiani, francesi, tedeschi, colpevolmente e schifosamente bianchi, allora hanno torto a prescindere.

Naturalmente, i problemi sociali esistono, sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Il comunismo è miseramennte fallito dopo aver fatto milioni di vittime. Nessuno pretende di risolvere la povertà con un verbale o la disoccupazione con una multa. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire, migliorare i servizi, offrire opportunità, contrastare le discriminazioni e rispondere alle richieste legittime dei cittadini. Ma hanno anche il dovere di fermare la violenza senza guardare in faccia nessuno. Purtroppo, le forze dell'ordine italiane hanno le mani legate, devono fermare i violenti con gentilezze per non beccarsi una denuncia

Ma una cosa è affrontare le cause di un problema; un'altra è dichiarare che chiunque ne soffra sia automaticamente libero di usare la violenza quando protesta.

È il fondamento della convivenza civile.

Altrimenti, quale sarebbe la conclusione logica? Che più una persona è arrabbiata, più le è consentito violare i diritti altrui? Che chi rispetta le regole è un cretino, mentre chi le infrange può rivendicare comprensione e solidarietà? 

Non c'è nulla di progressista in tutto questo. Non c'è nulla di rivoluzionario nel distruggere il lavoro di un altro. Non c'è nulla di coraggioso nell'aggredire chi cerca di contenere una violenza. E non c'è nulla di socialmente giusto nel trasformare interi quartieri in ostaggi della propria protesta.

Perciò basta con gli alibi. Basta con la favola secondo cui ogni atto violento nasconderebbe una ragione nobile che noi, poveri ingenui, non siamo in grado di comprendere. 

Il disagio sociale può essere reale ma non uà essere scambiato per "libera tutti" e autorizzato a trasformare la vita degli altri in un campo di battaglia da incubo.

Il disagio non è un'assoluzione. La protesta non è un'immunità. La rabbia non è una legge. Le bandiere palestinesi che sventolano rappresentano il simbolo di ciò che sono: dei violenti, vigliacchi pieni di odio.


takinut3@gmail.com

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