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israele.net Rassegna Stampa
17.10.2026 Come mai la critica di azioni delle IDF a Gaza o la condanna delle violenze di gruppi di coloni in Cisgiordania degenerano in accuse infondate a Israele (genocidio, colonialismo) fino a tacere le responsabilità di Hamas
Articolo di Die Zeit

Testata: israele.net
Data: 17 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Die Zeit
Titolo: «Come mai la critica di azioni delle IDF a Gaza o la condanna delle violenze di gruppi di coloni in Cisgiordania degenerano in accuse infondate a Israele (genocidio, colonialismo) fino a tacere le responsabilità di Hamas»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Die Zeit dal titolo: "Come mai la critica di azioni delle IDF a Gaza o la condanna delle violenze di gruppi di coloni in Cisgiordania degenerano in accuse infondate a Israele (genocidio, colonialismo) fino a tacere le responsabilità di Hamas"

Josef Joffe

Scrive Josef Joffe: Per duemila anni gli ebrei sono stati ostracizzati e perseguitati: come deicidi, avvelenatori di pozzi, sanguisughe e, infine, come corruttori della razza ariana.

Dopo la «soluzione finale», in Europa hanno ottenuto un «bonus» nato dai sensi di colpa. Per una generazione l’antisemitismo è stato un tabù e la riparazione un dovere morale.

Il pentimento prevaleva soprattutto in Germania, ma anche nel mondo occidentale, che a partire dal 1933 non aveva voluto prendere atto dell’orrore. Agli ebrei in fuga le porte verso l’estero vennero aperte solo di uno spiraglio, finché non fu troppo tardi. Nella Francia occupata, la polizia locale stipava i cittadini ebrei per il trasferimento nei campi di sterminio. L’America si rifiutò di bombardare i binari diretti ad Auschwitz.

Milano, luglio 2026: mural di aleXsandro-Palombo dedicato a Primo Levi ed Anna Frank, ebrei perseguitati dall’antisemitismo nazista durante la Shoah, deturpato con calunnie “anti-sioniste”

Ora quel «bonus» si è esaurito. Perché il senso di colpa ha una data di scadenza, come insegnano gli esperti della psiche. L’essere umano vuole scrollarsi di dosso quel fardello.

I sensi di colpa hanno dominato fino al massacro di 1.200 israeliani per mano di Hamas il 7 ottobre 2023, la più grande orgia di sangue contro gli ebrei dai tempi della Shoah. Ricorre ora il terzo anniversario di quella data.

Eppure, poco dopo l’attacco a Israele, è iniziata la traslazione della colpa sulle vittime di ieri.

Il nostro confessore universale, il dottor Freud, avrebbe potuto prevedere questo ribaltamento della colpa. Un esempio recente ci arriva dal nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani: «Ogni ebreo qui dovrebbe chiedersi se non sia in qualche modo responsabile dell’antisemitismo».

Già nell’autunno del 2023, dopo il massacro compiuto da Hamas, un cartello di protesta alla City University of New York recitava: «Chiamiamo le cose col loro nome: genocidio, occupazione, colonizzazione, imperialismo, supremazia bianca, pulizia etnica». Il riferimento era alla politica israeliana.

Un altro cartello gridava: «I nazisti ci sono ancora: ora si fanno chiamare sionisti!». L’equiparazione tra nazisti, sionisti ed ebrei avviene anche perché l’antisemitismo dichiarato non è ancora socialmente accettabile.

“Non chiediamo più un cessate il fuoco. Chiediamo la fine dello stato di Israele”. Meme postato nell’agosto 2025 dall’imprenditore palestinese-americano Mohamed Hadid (padre delle modelle proPal Gigi e Bella Hadid)

L’attribuzione della colpa segue uno schema semplice: il mondo ebraico avrebbe mantenuto vivo il ricordo della Shoah solo per sfruttare i sensi di colpa, per distogliere l’attenzione dal «genocidio» perpetrato da Israele ai danni dei palestinesi e per soffocare qualsiasi «critica a Israele».

Se ciò fosse vero, tuttavia, ci si chiederebbe: perché non esiste una specifica critica alla Russia, alla Cina o all’Iran, dato che questi Stati vìolano costantemente i diritti umani? Molto semplice: trattandosi dello Stato ebraico, i critici usano due pesi e due misure.

Il tabù dell’antisemitismo sta rapidamente venendo meno. Sir Simon Schama, storico pluripremiato della Columbia University di New York, scrive nell’ultimo numero della Jewish Quarterly, sotto il titolo «Odio antiebraico – ultima edizione»: «L’antisemitismo è l’odio razziale in più rapida crescita nel mondo occidentale – ottant’anni dopo lo sterminio di due terzi degli ebrei europei».

L’operato di Israele nella Cisgiordania occupata va certamente stigmatizzato, a cominciare dal terrore seminato da alcune centinaia di coloni, protetti dagli estremisti nel governo Netanyahu.

Sì: condannare duramente la violenza dei coloni non è un atto antisemita. Anche muovere aspre critiche al governo di Israele e alla condotta della guerra non è antisemitismo.

Università di Cracovia (Polonia): “żydzi do gazu!” (“ebrei alle camere a gas”)

Ma che cosa c’entrano gli ebrei di altri Paesi con le nefandezze dei coloni? Perché gli ebrei devono nascondere la Stella di David quando vanno per strada, che si trovino a Berlino, Bruxelles o New York? Perché poliziotti pesantemente armati devono presidiare le sinagoghe? La CNN riferisce: «Nel 2025, a livello globale, il numero di ebrei uccisi in attacchi antisemiti è stato superiore a quello degli ultimi 30 anni».

A quanto pare, l’odio antiebraico sta riemergendo dopo decenni di latenza. E la «critica a Israele» è spesso solo una variante edulcorata dell’antisemitismo.

Molte delle accuse mosse contro Israele non reggono a un esame obiettivo. Cominciamo dal primo punto: genocidio e pulizia etnica. L’accusa più diffusa contro lo Stato ebraico è quella di «genocidio ai danni dei palestinesi».

Il 29 dicembre 2023, il Sudafrica ha depositato una causa presso la Corte Internazionale di Giustizia all’Aia, sostenendo che Israele stesse violando la Convenzione sul genocidio. Il 26 gennaio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che gli elementi di fatto consentirebbero di «ritenere plausibili almeno alcune accuse», soprattutto in relazione al diritto dei palestinesi di Gaza di «essere protetti da atti di genocidio». Ma la Corte Internazionale di Giustizia aveva davvero constatato un «genocidio»?

La parola si è diffusa in un baleno nei media.

Joan Donoghue, all’epoca presidente della Corte Internazionale di Giustizia, ha dichiarato in merito alla decisione della Corte: «L’asserzione di genocidio non è plausibile».

Il fatto è che gli stimati 1,2 milioni di palestinesi che nel 1948 vivevano nel territorio sotto mandato britannico sono oggi diventati più di sette milioni.

Secondo i dati del Palestinian Central Bureau of Statistics, nel 2025 circa 5,5 milioni di loro risiedevano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. A questi si aggiungono circa due milioni di palestinesi in Israele. Tale crescita smentisce l’accusa di “genocidio”.

La guerra nella Striscia di Gaza ha causato sofferenze terribili alla popolazione. A scatenarla è stato il massacro perpetrato da Hamas, costato la vita a 1.200 persone.

È evidente che la reazione di Israele ha violato un principio fondamentale del diritto bellico: quello della proporzionalità dei mezzi. Ma si è trattato di genocidio?

Chi commette un genocidio non preannuncia i propri attacchi aerei – come ha invece fatto l’esercito israeliano per consentire l’evacuazione dei civili dalle aree bersaglio – né permette l’ingresso di innumerevoli camion carichi di cibo e medicinali nel territorio nemico.

Soprattutto, dall’azione militare di Israele non è possibile dedurre alcuna «intenzione genocidaria», criterio decisivo stabilito dalla Convenzione sul genocidio del 1948.

Ma l’aviazione israeliana ha attaccato ripetutamente edifici civili! Sì. Di fronte a migliaia di vittime, la realtà della guerra si fa spaventosa: le immagini provenienti da Gaza richiamano i bombardamenti a tappeto sulle città tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale e le bombe atomiche sul Giappone.

Tuttavia, bisogna dire anche un’altra verità: Hamas si era sistematicamente trincerata sotto scuole, ospedali e condomini, costringendo così gli israeliani a colpire i civili. Il calcolo cinico dei terroristi ha funzionato: più “martiri” si contavano tra i palestinesi, più cresceva la rabbia del mondo contro lo “Yahud” [l’ebreo].

Cosa stabiliscono le Convenzioni di Ginevra in merito alla condotta bellica? In sintesi: se bersagli civili vengono utilizzati a fini militari, un attacco può essere giustificato; tuttavia, deve offrire un «chiaro vantaggio militare» e non deve scaturire da pura sete di sangue.

Infatti, al di sopra di tutto vige il principio di «proporzionalità dei mezzi». Nemmeno i sostenitori più benevoli di Israele riuscirebbero ad affermare che l’esercito israeliano abbia agito in modo proporzionato. Il fine non giustifica tutti i mezzi – tranne che per Putin, che bombarda le città ucraine. O in Sudan, dove dal 2023 centinaia di migliaia di persone sono state massacrate dal regime e dalle milizie arabe.

Che dire dell’accusa di colonizzazione e imperialismo? Entrambe vengono giustamente mosse all’«uomo bianco», che da 500 anni ha causato sofferenze atroci in Sud America, Africa e Asia.

Sia concesso un appunto: la colonizzazione e l’imperialismo non sono mai stati esclusivamente «occidentali» o «bianchi». Vi furono gli imperi dei faraoni, dei babilonesi, degli assiri e dei persiani. Esistettero califfati arabi dalla Spagna all’Afghanistan; i mongoli dominarono dal Danubio al Pacifico; gli ottomani oppressero gli arabi per quattrocento anni. La Cina ha soggiogato il Vietnam per un millennio.

E gli israeliani? Il 45 per cento è di origine europea, mentre poco meno del 50 per cento proviene dal Medio Oriente e dal Nordafrica, sono discendenti di profughi.

Se gli israeliani fossero degli imitatori dei colonizzatori europei, i quasi due milioni di musulmani presenti nel Paese non sarebbero cittadini con pari diritti, bensì dei «kaffer», come nella vecchia Sudafrica.

Di fatto, nello Stato ebraico i musulmani godono di pari diritti e persino di un privilegio: non sono tenuti a prestare servizio militare. Migliaia di loro lo fanno volontariamente. Alla Knesset siedono tre partiti arabi con 13 deputati (su un totale di 120). Ciononostante, i partiti di estrema destra alimentano vecchi risentimenti e nuovo odio.

Gli ebrei immigrati un tempo in Israele erano principalmente profughi provenienti dall’Europa e dai paesi arabi, non dominatori coloniali. Lo Stato di Israele non è una colonia, bensì una creazione dell’ONU.

Come si sentiranno questi israeliani quando sentono gridare: «Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera»? I sette milioni di ebrei dovrebbero forse farsi crescere le branchie per sopravvivere in mare?

Lo storico Simon Schama scrive: «Ai veri colonizzatori manca qualsiasi legame con la terra conquistata, sia esso di natura linguistica, religiosa o culturale». Nell’antico Israele nacque l’ebraico, la lingua della Bibbia che ispirò il cristianesimo e l’islam. «Se mai ti dimenticassi, Gerusalemme, si secchi la mia mano destra», recita il Salmo 137, composto durante l’esilio babilonese. Per inciso: l’ebraico moderno si distingue da quello antico principalmente per una grammatica semplificata e per numerosi prestiti linguistici provenienti da altre lingue. I veri colonizzatori, invece, imposero la propria lingua ai colonizzati: i britannici in India parlavano inglese, i francesi in Nordafrica francese.

Dopotutto, i veri predatori di terre sono sfruttatori che spediscono in patria le risorse delle colonie per arricchire il proprio paese d’origine. I primi sionisti, e successivamente gli israeliani, hanno invece lavorato duramente per creare una «terra dove scorrono latte e miele». Gli ebrei che hanno edificato Israele volevano dimostrare di non essere affatto dei «parassiti».

È dunque tanto più doveroso deplorare il comportamento di quei coloni violenti in Cisgiordania che agiscono come dominatori coloniali. Essi disonorano l’etica ebraica. Il principio «Ama il prossimo tuo come te stesso» proviene dalla Torah (Levitico 19,18). E nel Talmud (Shabbat 31) si afferma: «Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo: questa è tutta la Legge».

Persino Benjamin Netanyahu ha ormai compreso cosa stiano infliggendo ai palestinesi e al proprio Paese alcuni coloni malintenzionati in Cisgiordania. Il premier ha dato istruzioni a polizia ed esercito di «agire contro i teppisti con tutto il rigore della legge». Ancora più esplicito è il presidente Herzog, che parla di una «macchia morale».

Serve tutto ciò a contrastare quel capovolgimento di colpa – che si ripete innumerevoli volte – propagandato in tutto il mondo come «antisionismo»?

Theodor W. Adorno definiva l’antisemitismo come la «diceria sugli ebrei», impossibile da confutare proprio perché immune a fatti e argomenti. Sigmund Freud, che di coazione a ripetere se ne intendeva, definirebbe l’antisemitismo un «eterno flagello della storia».

Dal piano di spartizione dell’ONU del 1947, vi sono state innumerevoli proposte per una soluzione a due Stati, tutte respinte dai palestinesi.

Dopo il 7 ottobre 2023, è improbabile che un governo israeliano accetti nuovamente, a breve termine, l’idea di uno Stato palestinese. Ghazi Hamad, alto esponente di Hamas, ha dichiarato dopo il 7 ottobre: «Israele non ha posto qui. Dobbiamo eliminarlo, perché rappresenta una catastrofe per la nazione araba e islamica». E poi: «Lo rifaremo ancora e ancora».

E gli aspetti positivi? Dopo molte guerre, Israele ha siglato la pace con Egitto, Giordania e Marocco e ha negoziato gli Accordi di Abramo con gli Stati del Golfo.

Anche solo per il proprio tornaconto, il Paese deve riconoscere il legittimo diritto dei palestinesi ad avere uno Stato. Non si può negoziare con i fanatici di Hamas che ne vogliono la distruzione, ma con uno Stato palestinese sì. In molti temono che la pace non abbia alcuna possibilità, per il momento, a causa di Hamas e dell’estrema destra israeliana.

L’odio verso Israele e gli slogan antisemiti spariranno dopo la pace? A questo proposito, ecco una vecchia barzelletta ebraica. Uno dice: «Gli ebrei e i ciclisti sono colpevoli di tutto». L’altro ribatte: «Sì, ma perché i ciclisti?».

(Da: Die Zeit, 7.10.26 – traduzione dal tedesco: Giuliano Bernini)

 


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