Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Wall Street Journal dal titolo: ""Ero un ostaggio nelle mani di Hamas, so cosa vuol dire danno collaterale""
Scrive Omer Shem Tov: So cosa significa essere un danno collaterale. Per 505 giorni, è proprio quello che sono stato.

Omer Shem Tov
(…) Hamas mi ha rapito dal festival musicale Nova il 7 ottobre e mi ha tenuto prigioniero a Gaza per 505 giorni, gran parte dei quali trascorsi in appartamenti situati in zone di combattimento attivo.
C’erano molte cose da temere, durante la prigionia: la fame, i miei sequestratori, il non rivedere mai più la mia famiglia.
Ma temevo anche l’aviazione israeliana. I piloti israeliani in volo sopra di noi non avevano idea di dove mi trovassi.

Un volantino che chiedeva la liberazione di Omer Shem Tov, all’epoca detenuto come ostaggio a Gaza
A volte, quando i miei sequestratori si aspettavano un imminente attacco israeliano, fuggivano lasciandomi chiuso lì. Se una bomba israeliana mi avesse ucciso, Hamas avrebbe vinto due volte: io sarei morto e la responsabilità sarebbe ricaduta su Israele.
Uno dei miei sequestratori mi disse che sua madre aveva ricevuto una telefonata che la si avvertiva di lasciare casa, poiché un attacco israeliano avrebbe potuto metterla in pericolo.
La chiamata proveniva dalle Forze di Difesa Israeliane.
Hamas sapeva dove mi trovavo e mi aveva abbandonato al mio destino. Israele non conosceva la mia posizione, ma sapeva dove si trovasse la madre del mio sequestratore e l’aveva chiamata per assicurarsi che non rimanesse uccisa per errore.
Ed eccomi lì: rapito, affamato e torturato dal figlio, mentre il mio esercito cercava di salvaguardare la vita della madre.
Israele voleva disperatamente riportarmi a casa. Ma non a qualsiasi prezzo. Tra Israele e me c’erano civili palestinesi. Così, Israele lanciava volantini, inviava messaggi, faceva telefonate e ordinava evacuazioni.

22 febbraio 2025: l’ostaggio Omer Shem Tov nel momento in cui si ricongiunge alla sua famiglia in un ospedale del centro di Israele
Cercava di ridurre al minimo i NAZA, i danni collaterali.
Ho visto anche cosa significasse la morte per l’altra parte. Un giorno, i miei sequestratori festeggiarono dopo che i combattenti di Hamas avevano ucciso dei soldati israeliani.
Il giorno seguente, Israele bombardò la zona in cui ero tenuto prigioniero. Le esplosioni si susseguivano a circa dieci secondi l’una dall’altra. Ero atterrito.
Il terrorista accanto a me era entusiasta. Per lui, ogni esplosione era la prova del loro successo: “Guardate cosa abbiamo costretto Israele a fare. Guardate quanto gli abbiamo fatto male”.
In quel momento capii una cosa: per Hamas, la distruzione in se stessa rappresentava di fatto una vittoria. Finché c’era morte, da entrambe le parti, Hamas poteva cantare vittoria.
Una volta tornato a casa, ho appreso che i dati confermavano in parte ciò che avevo visto. Secondo le Nazioni Unite, quando si utilizzano armi esplosive in aree densamente popolate, circa il 90% dei morti e feriti è costituito da civili.
La proporzione esatta a Gaza è oggetto di discussione, ma funzionari militari israeliani e analisti statunitensi stimano un rapporto tra 1,5 e 2 civili uccisi per ogni combattente: una cifra bassa per un conflitto di tale intensità in un teatro di guerra urbano.
Non è avvenuto per caso. Preavvisi, evacuazioni e le decisioni di rinunciare a colpire hanno salvaguardato vite palestinesi.
Anche Israele ha pagato un prezzo per quelle scelte ponderate: hanno concesso tempo a Hamas, hanno esposto i soldati israeliani a pericoli maggiori, hanno prolungato l’attesa degli ostaggi come me.
La morte di un bambino palestinese non è meno tragica per via di una statistica.
Ma non si deve nemmeno ignorare i rischi a cui si è esposto Israele per ridurre quel numero.
Se a Israele fosse importato meno dei NAZA, dei danni collaterali, probabilmente sarei tornato a casa prima. Probabilmente sarebbero morti meno soldati israeliani e meno ostaggi. Ma sarebbero morti molti più palestinesi.
Ecco perché il film NAZA mi turba.
A Venezia, il film ha ricevuto una standing ovation di quasi 25 minuti. A me, ex ostaggio, quei minuti sono sembrati una pioggia di coltellate.
Non perché il film mostra la sofferenza palestinese, che è reale e merita di essere vista.
Ciò che fa male è che il film, stando a quanto riferito, non sembra vedermi.
Vede la sofferenza a Gaza, ma non ciò che ha portato la guerra a Gaza: i piani di Hamas, l’assassinio di intere famiglie il 7 ottobre, le persone trascinate via dalle loro case e da un festival musicale.
Nulla di tutto questo sembra creare un particolare dilemma morale agli autori del film.
In questa storia, forse anch’io sono NAZA, un danno collaterale.
Un ostaggio ebreo che poteva essere lasciato a marcire in un tunnel di Hamas, o ucciso insieme ai miei amici al Nova, perché la lotta per liberarmi – e per proteggere gli israeliani da chi ha compiuto tutto questo – viene considerata di per sé moralmente discutibile.
La forza militare, le armi e la tecnologia contano. Ma la capacità di una società di difendersi deve basarsi su qualcosa di più semplice: la lucidità morale di sapere che ha il diritto di farlo.
Non deve mai più esserci un 7 ottobre. Abbiamo il diritto di garantire che ciò non accada.
E non dovremmo vergognarcene.
(Da: Wall Street Journal, 22.9.26)