Riprendiamo dal RIFORMISTA del 22/04/2026, a pag. 7, il commento di Tiziana della Rocca dal titolo "Kamala ripropone il cliché di Bibi burattinaio degli Usa".

Tiziana della Rocca
Kamala Harris, qualche giorno fa, durante una raccolta fondi del Partito democratico a Detroit, ha dichiarato che Donald Trump sarebbe stato trascinato in guerra da Benjamin Netanyahu, contro gli interessi del popolo americano, che non vuole la guerra, tirando fuori un vecchio cliché: è Israele a manovrare gli Stati Uniti. Riproposto mentre l’antisemitismo è in crescita. Trump ha risposto netto su Truth: «Che piaccia o no, Israele ha dimostrato di essere un grande alleato degli Stati Uniti d’America. Sono coraggiosi, audaci, leali e intelligenti e, a differenza di altri che hanno mostrato il loro vero volto nei momenti di conflitto e stress, Israele combatte duramente e sa come vincere!». Ma il punto non è Trump, bensì l’uscita di Harris. Innanzitutto, non si capisce per quale ragione, e questo a prescindere da Trump e dalla sua conduzione della guerra, il popolo americano non dovrebbe augurarsi che un regime fanatico e sanguinario come quello degli ayatollah venga finalmente abbattuto o almeno reso innocuo, rappresentando una minaccia globale.
E dire che Trump sarebbe stato “trascinato” in guerra da Netanyahu significa descrivere gli Stati Uniti come un attore passivo, eterodiretto. L’opposto della realtà di una superpotenza che decide in base ai propri interessi strategici. Si tratta di un rovesciamento pericoloso capace di alimentare i peggiori fantasmi antisemiti. Che sia proprio Kamala Harris a farlo, a rappresentare il premier d’Israele come un burattinaio, possibile candidata alle prossime presidenziali, a pochi giorni dal voto di alcuni senatori democratici favorevoli alla sospensione delle armi a Israele, è il segno di come certi stereotipi antiebraici stiano tornando a circolare anche ai vertici della politica americana. E basta anche con questa distinzione di comodo da parte di alcuni esponenti politici, compresa Harris: “Non siamo contro Israele, solo contro Netanyahu e le sue politiche”. Ormai i distinguo non reggono più. La personalizzazione del conflitto, l’idea che Netanyahu sia la causa di tutto, ha già prodotto i suoi effetti nefasti: Bibi non è stato criticato o attaccato, ma demonizzato nelle piazze pro-Gaza, paragonato a Hitler, al peggiore criminale della storia, con accostamenti tra Gaza e Auschwitz. Il passo successivo è stato quello di etichettare gli ebrei come i nuovi nazisti. Il Partito democratico, quindi, non può fingere di non vedere cosa è successo per quasi due anni nelle piazze e nei campus americani, in cui ogni israeliano era degradato a oppressore sanguinario e ogni abitante di Gaza elevato a vittima assoluta, e su ciò che una tale lettura della guerra a Gaza ha comportato nei riguardi dei cittadini ebrei americani, per non dire di quelli di altre nazionalità, anche in Europa, a partire dalla Francia, dove gli ebrei francesi sono oramai costretti a nascondere la loro identità a rischio di ritorsioni. E Hamas che, nel frattempo, trasformava tutto questo in una vittoria mediatica, costruita sul sacrificio strumentale della popolazione palestinese.
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Sappiamo infine che dalla fine degli anni Sessanta la propaganda di Mosca presentava il sionismo come progetto coloniale, razzista e fascista e quello palestinese come movimento di liberazione, per delegittimare lo Stato d’Israele, contagiando gran parte della sinistra europea. Dal 7 ottobre questa propaganda è tornata militante soprattutto attraverso i social media. Se oggi attecchisce anche in settori del Partito democratico americano, storicamente più immuni, il segnale è molto grave. E lo è soprattutto per le comunità ebraiche in tutto l’Occidente.