Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 08/04/2026, a pag. 2, la cronaca di Giuseppe Kalowski dal titolo "Sparatoria al consolato israeliano di Istanbul. Erdoğan alza la tensione"

Gerusalemme. Siamo entrati nella sesta settimana di guerra in Medio Oriente e il conflitto sembra avvicinarsi a un punto di svolta. Entro la scadenza dell’ultimatum americano, tra martedì e mercoledì notte, ora italiana, un cessate il fuoco appare ancora possibile, ma sempre più fragile. In caso contrario, lo scenario rischia di evolvere rapidamente in una fase ancora più cruenta, come già indicano gli sviluppi delle ultime ore e l’intensificarsi degli attacchi su più fronti, con effetti diretti sulle popolazioni civili e sulle infrastrutture.
L’Iran continua a colpire obiettivi civili israeliani, mentre Israele ha intensificato la propria risposta prendendo di mira infrastrutture strategiche iraniane: impianti di gas, centrali elettriche e strutture petrolchimiche. Tra gli obiettivi colpiti figurerebbe anche l’isola di Kharg, da cui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano. La guerra entra così in una fase nuova, con attacchi mirati ai centri nevralgici del sistema economico ed energetico, e con ripercussioni che potrebbero estendersi ad altre aree della regione.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, considerato moderato, avrebbe invitato la popolazione a difendere le infrastrutture strategiche, evocando catene umane attorno a centrali e impianti, una strategia già vista a Gaza e in Libano, che solleva interrogativi sul piano etico, militare e sulla sicurezza dei civili.
Israele, inoltre, ha avvertito la popolazione iraniana di evitare spostamenti ferroviari, a seguito di attacchi alle linee di trasporto. Tra gli episodi riportati, il bombardamento della linea ferroviaria nei pressi di Kashan, nel centro del Paese, segna un ampliamento degli obiettivi verso la logistica interna, mettendo in luce l’intensificazione delle operazioni militari.
A Istanbul, nel quartiere di Beşiktaş, si è registrata una sparatoria nei pressi del consolato israeliano, chiuso da tempo a causa del deterioramento dei rapporti tra Israele e Turchia sotto Recep Tayyip Erdoğan. Tre uomini armati sono stati coinvolti: due feriti e arrestati, il terzo ucciso. Due poliziotti sono rimasti feriti. L’azione ricorda attacchi di gruppi jihadisti come l’ISIS, ma al momento non ci sono rivendicazioni ufficiali né elementi definitivi sulla matrice dell’attacco.
Il ministro dell’Interno turco ha indicato che due assalitori erano fratelli, uno con precedenti per droga, mentre il terzo aveva legami con ambienti religiosi radicali. Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha aperto un’indagine, senza definire l’attacco di matrice antisemita, mantenendo una linea prudente nelle dichiarazioni ufficiali.
Il clima politico resta estremamente teso. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha evocato la possibilità di un confronto militare con Israele nel medio periodo, mentre Erdoğan, durante una preghiera pubblica, ha pronunciato parole durissime contro lo Stato ebraico, invocandone la distruzione, alimentando ulteriormente le tensioni regionali.
In questo quadro, il rischio di un’escalation regionale appare concreto, non più solo una guerra tra Israele, USA e Iran, ma un conflitto che potrebbe coinvolgere altri attori statali e non statali, trasformandosi in una crisi su larga scala, con conseguenze difficilmente prevedibili, ma che potrebbero portare a nuovi equilibri nel Medio Oriente.
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