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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Bet Magazine Rassegna Stampa
08.04.2026 Livia Ottolenghi, in prima linea contro la mala informazione, l’antisemitismo e l’assimilazione
Intervista di Michael Soncin

Testata: Bet Magazine
Data: 08 aprile 2026
Pagina: 15/16
Autore: Michael Soncin
Titolo: «Livia Ottolenghi, in prima linea contro la mala informazione, l’antisemitismo e l’assimilazione»

Riprendiamo da BET Magazine, numero di aprile 2026, a pag. 15/16, l'intervista di Michael Soncin alla neopresidente dell'Ucei Livia Ottolenghi dal titolo "Livia Ottolenghi, in prima linea contro la mala informazione, l’antisemitismo e l’assimilazione"

LIVIA OTTOLENGHI. NEOELETTA PRESIDENTE DELL'UCEI - HA KEILLAH

Livia Ottolenghi

 

Un sorriso franco e aperto, un tratto affabile, accogliente, parole espresse senza ambiguità circa il compito che l’aspetta come neo Presidente UCEI: in primis rafforzare l’identità e la vita ebraica in Italia, sostenendo tutte le 21 comunità e soprattutto impostare una strategia su come combattere l’antisemitismo crescente che incombe sulla qualità della vita di giovani e famiglie. Livia Ottolenghi esplicita le priorità del suo mandato e soprattutto la lotta all’antisemitismo crescente, che incide sulla qualità della vita di giovani e famiglie puntando anche sulla gestione di un ebraismo italiano, che sembra andare verso l’assimilazione. Romana, 63 anni, sposata e madre di tre figli è professoressa di Odontoiatria presso la Sapienza Università di Roma. Noto da tempo è il suo impegno nel mondo ebraico: dagli asili e le scuole fino alla CER e all’UCEI. Nel suo precedente ruolo di assessora alla Scuola e all’Educazione ha collaborato con esperti di pedagogia e formazione, sia interni sia esterni all’UCEI. È stata eletta in Consiglio con la lista Ha Bait, ottenendo la maggioranza assoluta e portando avanti un progetto di coordinamento ampio e rappresentativo di tutte le componenti del Consiglio. 

Signora Ottolenghi, che cosa significa per lei diventare presidente dell’UCEI e rappresentare tutti gli ebrei d’Italia, soprattutto in questo momento storico?​​​​​​​ La rappresentanza degli ebrei in Italia è sempre molto impegnativa e comporta una grande responsabilità, perché richiede la capacità di interpretare e rappresentare le diverse esigenze delle 21 comunità ebraiche del Paese, ciascuna con le proprie specificità, diversità e tradizioni. È chiaro che c’è una doppia responsabilità: verso l’interno e verso l’esterno, nel rappresentare le comunità ebraiche davanti alle istituzioni. Questo richiede naturalmente un forte senso istituzionale. Il momento storico? È sicuramente impegnativo, ma ogni epoca ha le sue criticità. 

Quindi è un impegno duplice? Sì, è un impegno duplice, bello e anche molto stimolante. Nei prossimi quattro anni non sappiamo cosa accadrà e sarà quindi fondamentale avere capacità di analisi. Per questo ritengo molto importante che nella giunta siano rappresentate tutte le componenti del Consiglio». 

Cosa l’ha spinta personalmente a candidarsi? Ci sono stati momenti o esperienze particolari che l’hanno convinta a fare questa scelta? A parte un vago senso di incoscienza, la mia esperienza in giunta negli ultimi nove anni – prima come assessora all’educazione e giovani e poi alle politiche educative – mi ha portata a dare la mia disponibilità. Devo dire che è stato determinante l’appoggio dei miei colleghi di lista romani di Ha Bait, oltre al sostegno che ho trovato a livello nazionale. Tutto questo mi ha aiutata ad affrontare questo passo, un passo difficile anche dal punto di vista di scelta di vita. 

Quali sono le priorità e gli obiettivi che vorrebbe realizzare durante il suo mandato? Ci sono progetti o iniziative che vorrebbe introdurre? La priorità è costruire una modalità di governo dell’Unione delle Comunità Ebraiche il più possibile condivisa, con deleghe chiare e solide che favoriscano la massima partecipazione ai processi decisionali. Un altro obiettivo fondamentale è rafforzare l’identità e la vita ebraica in Italia, sostenendo le comunità e promuovendo iniziative culturali significative. Naturalmente non partiamo da zero: il lavoro svolto sotto la presidenza di Noemi Di Segni rappresenta un solido punto di partenza. Questo patrimonio va valorizzato, anche grazie alle competenze di molte persone che operano nelle strutture. La presenza di tutte le componenti in giunta potrà essere la chiave per attivare strumenti ancora più efficaci. 

Cosa altro c’è da implementare? Serve una modalità di comunicazione aggiornata. Oggi le dinamiche della comunicazione, interna ed esterna, cambiano rapidamente. Per questo avvieremo una riflessione su come migliorarla. 

Ha parlato di valorizzare la vita ebraica in Italia. Due grandi comunità come Roma e Milano, che ruolo giocano in tutto ciò? Roma e Milano sono due realtà importanti: dispongono di strutture, scuole e organizzazioni interne che permettono una vita comunitaria piena, costante e molto attiva. Altre comunità, su alcuni aspetti, incontrano maggiori difficoltà e l’UCEI ha anche il compito di sostenerle per rafforzarne le attività, anche in collaborazione con le due comunità più numerose. Per quanto riguarda Milano, la città è ben rappresentata in giunta con uno dei vicepresidenti, Milo Hasbani, e con l’assessore Michele Boccia. 

Come intende gestire un ebraismo italiano che sembra andare verso l’assimilazione, non sempre legato all’osservanza?L’assimilazione non equivale all’adesione ad altre correnti dell’ebraismo. L’UCEI insieme all’Assemblea Rabbinica Italiana ha aperto un tavolo di lavoro con la FIEP (Federazione Italiana dell’Ebraismo Progressista), avviando un lungo periodo di confronto: da una parte i rappresentanti dell’ebraismo tradizionale italiano, dall’altra quelli delle comunità progressive. In questi colloqui sono state individuate alcune aree di possibile collaborazione, di cui ora occorre verificare lo sviluppo. Quanto all’assimilazione, la risposta resta la stessa: rafforzare la vita ebraica nel nostro Paese. 

Considerando le diverse spinte e controspinte presenti nel tessuto ebraico italiano, lei come intende orientarsi? È un tema complesso. A differenza di quanto avviene a livello internazionale — ad esempio negli Stati Uniti, dove l’ebraismo è organizzato per congregazioni — in Italia esiste una sola e unica comunità ebraica a rappresentanza territoriale, con un’organizzazione interna regolata da norme precise. Se dovesse emergere questa esigenza, andrà affrontata insieme alle comunità e ai rabbini. Al momento, però, non è un tema all’ordine del giorno e non posso indicare una linea di orientamento. 

Come pensate di arginare l’attuale grave marea antisemita? L’ondata antisemita è preoccupante. Il rapporto del CDEC registra un forte aumento rispetto a un paio di anni fa, con una crescita particolarmente grave degli attacchi fisici contro gli ebrei. Per contrastare il fenomeno serve un’analisi multidimensionale: non bastano interventi legali, sui social o istituzionali, ma è fondamentale anche l’aspetto culturale. Il pregiudizio si nutre di ignoranza: molte persone non conoscono la realtà ebraica in Italia, una presenza radicata da oltre duemila anni. 

Il punto è che molti pensano di sapere, pur non conoscendo. C’è una grande inconsapevolezza. Non è così? Esatto, ed è per questo che dobbiamo investire sui giovani e intercettare questa marea montante. Siamo consapevoli che fenomeni del genere non potranno essere eliminati del tutto. Oltre a far conoscere la storia degli ebrei, dobbiamo però lavorare per rafforzare la nostra identità, così da essere più preparati ad affrontare e rispondere alle sfide di oggi. 

A tal proposito, può dare un commento sul DDL antisemitismo? Il disegno di legge è stato discusso e approvato dal Senato e ora deve completare l’iter parlamentare. È una norma importante e siamo soddisfatti dell’impegno dimostrato da tutte le forze politiche, che hanno presentato diversi testi e animato un confronto significativo. Avremmo però auspicato una convergenza più ampia sul testo approvato, visto che alcuni partiti hanno votato contro o si sono astenuti. Nel complesso, resta comunque il segno di una forte sensibilità della politica verso un fenomeno reale, documentato dai dati, che va affrontato nella sua specificità. 

C’è chi ha scritto (e si è limitato a dire) che questa legge è una censura alla critica di Israele. Lei cosa replica a questi commenti?Questo è il principale motivo di opposizione alla legge. Tuttavia, la definizione di antisemitismo dell’IHRA adottata nel testo è chiara: le critiche a Israele non sono considerate antisemitismo. È un punto che va chiarito con fermezza. Il dibattito si è concentrato spesso quasi esclusivamente su questo aspetto, ma il problema reale è l’antisemitismo presente in Italia. Ridurre tutto alla questione di Israele è limitante. Gli ebrei in Italia vivono con una qualità della vita inferiore alla media: scuole protette con grate alle finestre e presenza costante della polizia, studenti universitari che temono di esprimersi liberamente, rappresentanti della comunità sotto scorta. I nostri ragazzi, ad esempio, partecipano alle gite scolastiche accompagnati dalla sicurezza. Tutto questo ha un impatto significativo su di loro e sulle famiglie. La politica, però, ha dato un segnale importante, e questo va riconosciuto: è fondamentale affrontare il fenomeno con serietà.

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