Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Bruciano le chiese (Italia da record) e noi brindiamo al multiculturalismo".

Giulio Meotti
“Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che non sappiamo. Ma ci sono anche le cose che non sappiamo di non sapere”.
Questa perturbante formula fu pronunciata da Donald Rumsfeld.
In Europa, gli incendi alle chiese sembra rientrare nella terza categoria. Non voglio saperne e non sappiamo chi le bruci.
Il nuovo anno è iniziato con un incendio spettacolare che ha quasi distrutto la storica Vondelkerk di Amsterdam. E come da tradizione, la causa dell’incendio rimane “sconosciuta”: viviamo nel mondo di Rumsfeld.
Dorchester
Un’altra chiesa ora in fiamme nel magnifico Dorchester britannico.
Poche ore dopo, il collegio cattolico di Chartreux, a Lione, bruciava coi suoi 200 anni di storia.
Ogni riferimento a una eventuale coincidenza del Giovedì Santo, origine criminale o frequenza dei roghi di chiese in Francia è puramente casuale. Sia mai di “fare il gioco dell’estrema destra”, come recita il mantra di chi preferisce il silenzio al ragionamento. Meglio archiviare sotto “incidente” e passare oltre.
“Christendon is no more”, titola il Wall Street Journal.
34 attacchi in un mese. E questo solo nel febbraio 2026 come l’Oidac ha registrato:
11 incendi dolosi contro le chiese in un mese. Una ogni tre giorni. Se fosse tutto casuale ci troveremmo di fronte a una nuova legge della termodinamica.
Attacchi in tutta Europa, soprattutto in Francia (7), Italia (7) e Germania (6). Nessun media italiano ha parlato del nuovo rapporto dell’Osservatorio contro l’intolleranza di Vienna (Oidac).
Nella Seine-Maritime francese, tre chiese bruciate in due settimane.
Secondo i servizi di intelligence francesi, in un anno registrati 38 casi di incendio doloso contro le chiese. Tre al mese. La localizzazione degli incendi spesso coincide con aree ad alta densità di popolazione immigrata, come l’Île-de-France e il Grand-Est.
Quando un incendio divora un’antica chiesa europea (o tante sinagoghe), sappiamo che la sua causa rimarrà per sempre “ignota”. Il continente si è abituato alla vista delle chiese in fiamme, da sette Pasque fa – l’inizio della Settimana Santa del 2019 – quando scoppiò l’incendio a Notre Dame a Parigi.
Notre Dame
Le Figaro ha appena pubblicato una lunga inchiesta su quel rogo epocale: “causa sconosciuta”. Un corto circuito? Un mozzicone? Opera di operai negligenti? Tutto possibile, nulla di emerso.
L’ipotesi del “terrorismo” fu esclusa persino mentre l’edificio era ancora in fiamme, eppure negli anni successivi non è stata proposta alcuna spiegazione plausibile per l’incendio, mentre la distruzione di altre chiese è continuata ininterrottamente giorno dopo giorno.
L’Isis questa settimana ordina attacchi a chiese e sinagoghe in Europa(almeno nella mente dei nostri nemici, la “società giudaico-cristiana” esiste).
Secondo un nuovo rapporto, la Germania è ora responsabile di un terzo di tutti gli incendi dolosi di chiese in Europa. 33 roghi alle chiese in un anno.
D’altra parte, non sembra esserci ancora chiese bruciate in Ungheria, in Polonia o nella Repubblica Ceca.
Chissà perché.
Forse il clima è diverso, forse le politiche migratorie sono state più caute o forse la secolarizzazione non ha ancora annichilito il senso di autodifesa culturale.
Si evocano sinfonie di diversità, banchetti di identità ibride, l’Europa come laboratorio di una nuova umanità fluida e inclusiva, ma si finge di non vedere che in tante enclave islamiche importate il cristianesimo e l’ebraismo sono visti come il nemico storico da abbattere, simboli di una civiltà da sostituire. Bruciare il passato per costruire il futuro islamico d’Europa.
A Strasburgo, intanto, nei giorni scorsi c’è stata l’installazione del minareto della più grande moschea d'Europa, gestita dall’organizzazione islamista turca dei Fratelli Musulmani.
Le guerre religiose di Bosnia offrirono un tragico prologo.
Nel 1992, durante l’assedio di Sarajevo, la Vijećnica – la splendida biblioteca nazionale ospitata nel municipio austro-ungarico – fu colpita dall’artiglieria e divorata dalle fiamme per giorni. Fu un atto simbolico di annientamento culturale, preludio alla pulizia etnica e religiosa che insanguinò i Balcani che si fregiavano di essere non meno multiculturali di noi. Le moschee (1.800) e le chiese (1.000) caddero: cancellare le tracce dell’altro per affermare il proprio dominio esclusivo sul territorio e sull’identità.
Sarajevo
Oggi, in Europa occidentale, non si usano (ancora) i mortai, ma si procede con metodo più insidioso.
Chiese e sinagoghe incendiate. Incendi dolosi, atti vandalici ricorrenti, chiamate esplicite all’azione contro i luoghi di culto “infedeli”. Le enclave parallele diventano laboratori di separazione, come il mosaico yugoslavo: qui il crocifisso è provocazione, la menorah reliquia di un nemico da abbattere, la cattedrale un relitto di un’età superata da sostituire con minareti dominanti.
Magari un giorno scopriremo che l’incendio più grave non è quello che divora le pietre e il legno delle chiese e delle sinagoghe, ma quello che ha già consumato la nostra capacità di guardare in faccia la tragica verità.
I barbari erano alle porte e noi gli abbiamo dato i fiammiferi: politiche migratorie senza selezione, relativismo culturale che disarma il giudizio, colpevolizzazione preventiva dell’autoctono, autodafé.
Scrive Dino Messina sul Corriere della Sera nel recensire il mio ultimo libro, Titanic Europa:
“E questo ci riporta, in conclusione, al primo capitolo del bel libro di Meotti, al ‘Cosmopolistan’, la vaga terra delle élite intellettuali e politiche e talora anche economiche ‘politicamente corrette’ e ‘woke’ che razzolano in elegantissimi porcili urbani dimentichi delle proprie radici e di se stessi, pronti a vendere l’Europa al primo offerente, incapaci, per ignoranza e pigrizia, di comprenderne e apprezzarne l’immenso significato nella Storia umana. Vanno sostituite e questo sarebbe già un buon inizio”.
La biblioteca di Sarajevo arse in una notte di guerra. Il grande incendio che oggi minaccia “Cosmopolistan” è più lento e subdolo. E noi, ipnotizzati dal nostro stesso buonismo, abbiamo fornito i cerini.
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