Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il nuovo schema della pace. Fuori la Turchia Commento di Fiamma Nirenstein
Testata: Il Giornale Data: 27 ottobre 2025 Pagina: 3 Autore: Fiamma Nirenstein Titolo: «Il nuovo schema della pace. Fuori la Turchia»
Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi 27/10/2025 a pag. 3 il commento di Fiamma Nirenstein dal titolo: "Il nuovo schema della pace. Fuori la Turchia".
Fiamma Nirenstein
Niente turchi a presidio di Gaza. Netanyahu, d'accordo con l'amministrazione Trump non vuole che a stabilizzare la Striscia ci sia l'esercito di Erdogan, sempre più ostile a Israele. L'Egitto sarà alla guida della forza di stabilizzazione.
L’importante è dimenticare i vecchi criteri, cambiare discussione: basta con gli USA che “fanno gli interessi di Israele” o quelli per cui “Netanyahu è agli ordini di Trump”. Devono cambiare canale. La logica è diversa: una simpatia reciproca e una genuina convergenza di interessi che hanno come titolo “pace” disegnano una strategia troppo lunga e complessa per essere compresa subito. Ci vuole pazienza. Ieri per esempio si è diffusa l’idea che Israele abbia dovuto chiedere agli USA il permesso di eliminare il terrorista della Jihad Islamica pronto ad attaccare i soldati dentro Gaza: non è vero, è un evidente interesse comune, anche se ne discute il Centcom. La cornice è massiccia: sono 24 gli Stati interessati a chiudere con Gaza e cominciare una strada nuova. Solo alcuni sono amici di Israele, che però ha deciso che va bene così: il grande nemico è il terrorismo jihadista, gli USA ci sono, l’obiettivo è un nuovo mondo in cui i Patti di Abramo comprendano l’Arabia Saudita e molti altri amici, alcuni nuovi come l’Indonesia. Sui nemici interni, cautela e chiarezza: così si capisce la pazienza di Netanyahu, ieri, nel consentire all’Egitto di guidare le ricerche dei corpi dei rapiti che devono tornare a una sepoltura onorevole dentro Gaza. La Striscia è la chiave dell’accordo, l’Egitto è l’antidoto alla Turchia perché si possa passare finalmente alla seconda fase, quella in cui si disarma Hamas e la si spinge fuori. Trump fa il suo ruolo: di nuovo ha insistito e minacciato sulla indispensabile restituzione a Netanyahu dei corpi dei suoi concittadini. Fa parte della sua personale cultura? Certamente no. Della cultura americana? Nemmeno. È rispetto per Israele che impone in prima fase la restituzione di tutti gli ostaggi, vivi o morti. Dunque, Trump avverte che la sua risposta a Hamas su un ritardo sarà durissimo; e allora Abu Marzuk risponde con la voce più melensa che conosce, ed eccolo dentro la “linea gialla” insieme agli egiziani e persino alla Croce Rossa a cercare almeno alcuni dei corpi che fin’ora non si sono voluti trovati. E Netanyahu consente questo gioco difficile e sensato. SI dice che tornerà persino il povero corpo di Hadar Goldin, un soldato di 23 anni da 11 anni nella mani dei boia, che sparì a seguito di un agguato uscito da una galleria; la sua povera mamma combatte in una guerra straziante di amore e pena. L’Egitto si guadagna le stellette di prossimo capo della cosiddetta “forza di stabilizzazione” che coordinata dagli USA e presieduta da Tony Blair deve poi procedere alla seconda fase e iniziare il gigantesco processo di ricostruzione della striscia, che soprattutto i Paesi arabi moderati vogliono intraprendere solo quando Hamas sarà espulsa. Non sarà una forza di pace dell’ONU, che non piace né agli USA ne a Israele; darà solo il patrocinio. Hamas è diventata uno straccio sopravvissuto che guadagna tempo attaccato ai corpi dei rapiti come un mollusco alla roccia.
Della politica israelo-americana risente al momento, e non poco, la Turchia: presente con tre diverse organizzazioni dentro Gaza, Erdogan punta a Al-Aqsa in nome della Fratellanza Musulmana; non esita a distribuire per tutta Gaza bandiere turche per affermare la forza della Fratellanza Musulmana, ovvero di Hamas stesso. Ed è logico, dato il suo odio per Israele. Turchia e Qatar, potenti giocatori che Trump vuole dentro, non possono che essere contenuti, e Israele dovrà impegnarsi sperando che anche Trump capisca il rischio di averli come partner. Intanto i sauditi invitano una delegazione israeliana a casa loro, lo Stato palestinese è nebbioso, avanza il tema della deradicalizzazione. I punti sono scritti: tutti i rapiti, via le armi, fuori Hamas, rispetto della linea gialla, sicurezza nella mani di Israele se attaccato, deradicalizzazione. Giocano a rischio l’ immensa ambizione di Trump e l’incrollabile roccioso patriottismo di Netanyahu nella grande inusitata coalizione che muove i primi passi.
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