Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il trionfo di Netanyahu può risvegliare l’Occidente e i suoi princìpi, dimenticati dalla sinistra Editoriale di Claudio Velardi
Testata: Il Riformista Data: 12 ottobre 2025 Pagina: 1 Autore: Claudio Velardi Titolo: «Il trionfo di Netanyahu può risvegliare l’Occidente e i suoi princìpi, dimenticati dalla sinistra»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 10/10/2025, a pagina 1, l'editoriale del direttore Claudio Velardi dal titolo: "Il trionfo di Netanyahu può risvegliare l’Occidente e i suoi princìpi, dimenticati dalla sinistra".
Claudio Velardi
I media occidentali per due anni hanno raccontato la guerra di Gaza con le parole e le immagini imposte dai terroristi. Ora che la pace si festeggia a Gaza come a Gerusalemme, quegli stessi media restano sconcertati. Scoprono che Netanyahu ha realizzato ciò che i suoi detrattori giudicavano impossibile: sta liberando gli ostaggi, ha fiaccato Hamas, ha mantenuto l’unità del Paese e imposto all’agenda mondiale la questione della sicurezza israeliana.
Quando finisce una guerra, per prima cosa bisogna rendere gli onori delle armi agli sconfitti. E non c’è dubbio che sul gradino più alto del podio dei perdenti vadano collocati i media dell’Occidente, i poteri forti del nostro tempo, che per due anni hanno raccontato la guerra di Gaza con le parole e le immagini imposte dai terroristi. Hanno rilanciato le cifre di Hamas, amplificato i video di Al Jazeera, costruito intere narrazioni su scene false e manipolate, diffuse attraverso la rete di disinformazione che corre sui social e spesso parte da Mosca o da Pechino. Si sono fatti megafono di un racconto che trasformava i carnefici in vittime e Israele in aggressore.
Ora che la pace si festeggia a Gaza come a Gerusalemme, quegli stessi media restano sconcertati. I loro pensosi editorialisti, gli inviati da scrivania e gli opinionisti col ditino alzato non sanno spiegare perché la realtà non si sia conformata ai loro desideri. Niente di nuovo: in genere non ci azzeccano mai. A ruota segue una corrente politica globale che, in mancanza di un pensiero autonomo, prende ordini dai media. È la sinistra che, dopo aver — nel bene e nel male — dominato il Novecento, si è accucciata a difesa di una visione del mondo conservatrice e perbenista, fatta di parole d’ordine consunte e distanti mille miglia dalla realtà. Così non ha visto la guerra scatenata il 7 ottobre 2023 da feroci terroristi islamisti contro l’Occidente: ha saputo solo condannare la risposta di Israele, mossa in nome di principi universali di civiltà oltre che della propria sopravvivenza. E negli ultimi due anni il suo racconto si è allontanato sempre più dal mondo vero, riempiendosi di simboli e feticci minoritari: fenomeni di onanismo politico, dalle crociate di Greta allo gnegne della Albanese, passando per flottiglie folcloristiche e scioperi generali indetti sul niente.
Il terzo gradino del podio è vuoto, ma spetta di diritto alla Grande Assente. Nemmeno nominata da Trump nei ringraziamenti di ieri, l’Europa — che doveva essere culla della pace — è oggi ridotta a coro morale, spettatrice impotente, incapace di incidere sulla storia. Bruxelles continua a discettare di diritti e umanitarismo (e a spaccarsi sui burger vegani) mentre la realtà si sposta altrove. La pace si fa senza di noi. E meno male che almeno l’Italia, con Giorgia Meloni, si è chiamata fuori dal lamento rituale delle prefiche continentali, prigioniere del loro immobilismo. Onore ai perdenti, dunque, anche se continuano a intorbidire le acque per non ammettere che a vincere la guerra sono stati i loro due nemici giurati. Politicamente scorretti, aggressivi, urticanti. In una parola: di destra.
Il primo vincitore si chiama, senza ombra di dubbio, Bibi Netanyahu. Senza la forza militare di Israele, la sua coesione sociale e la capacità di resistere a un assedio politico e mediatico senza precedenti, questa guerra non sarebbe finita. Netanyahu ha realizzato ciò che i suoi detrattori giudicavano impossibile: sta liberando gli ostaggi, ha fiaccato Hamas, ha mantenuto l’unità del Paese e imposto all’agenda mondiale la questione della sicurezza israeliana come condizione di ogni futuro accordo. Ha dimostrato che la fermezza, non la debolezza, apre la strada alla pace.
Il secondo vincitore è Donald Trump. Con il suo stile rutilante e caotico, sta dando una nuova forma alla leadership politica. Ha deciso, ha imposto, ha chiuso l’accordo. Ha costretto i Paesi arabi a scegliere: stabilità o caos, costruzione o fanatismo. È una vittoria diplomatica sorprendente, che riscrive la mappa mediorientale nel segno della convenienza reciproca e di un nuovo equilibrio possibile.
Il terzo vincitore è l’Occidente, ma a sua insaputa. Grazie alla solidità di Israele e al ritrovato ruolo americano, può tornare a respirare. Ritrova un bastione democratico nel cuore instabile del mondo, una diga contro il fanatismo e la propaganda. Ma deve capire che questa vittoria che Israele ci ha regalato non è solo geopolitica: è culturale, morale, civile. Perché la forza dell’Occidente non sta nei carri armati, ma nella consapevolezza dei propri valori — libertà, democrazia, diritti civili — e nella capacità di difenderli senza complessi. L’accordo firmato ieri non è perfetto, ma è vero. Chi lo disprezza o lo minimizza, lo fa perché non vuole riconoscere queste elementari verità.
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