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Chi sta affamando davvero Gaza 06/06/2025

Chi sta affamando davvero Gaza
Video di Naftali Bennett a cura di Giorgio Pavoncello

Chi sta affamando Gaza? Gli aiuti alimentari da Israele alla popolazione della Striscia sono aumentati ormai del 40% rispetto al periodo pre-bellico. Eppure continuiamo a vedere scene di persone affamate che si accalcano per accaparrarsi il cibo. La realtà è che Hamas usa gli aiuti alimentari come strumento per assoggettare la popolazione. Un video dell'ex premier Naftali Bennett (tradotto con intelligenza artificiale) pieno di dati e prove, ve lo dimostra.



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Il Riformista Rassegna Stampa
29.08.2025 Inbal Gabay, portavoce dell'ambasciata: mai sostenere il terrorismo
Intervista di Aldo Torchiaro

Testata: Il Riformista
Data: 29 agosto 2025
Pagina: 4
Autore: Aldo Torchiaro
Titolo: «Israele e noi, Inbal Gabay per la verità contro l’odio»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, edizione online, il commento di Aldo Torchiaro dal titolo "Israele e noi, Inbal Gabay per la verità contro l’odio".

File:Aldo Torchiaro.png - Wikipedia
Aldo Torchiaro

 

Consigliere politico e Portavoce dell’Ambasciata di Israele in Italia, Inbal Natan Gabay è l’eminenza grigia della rappresentanza diplomatica israeliana a Roma. Nata a Gerusalemme 46 anni fa e arrivata a Roma nell’agosto 2023, poliglotta capace di entrare subito nelle corde del nostro Paese, è diventata in breve tempo il punto di riferimento di quanti, tra media, politica e istituzioni, cercano di avere notizie autentiche e verificate su Israele e Gaza.

Come interpreta l’appello di Giorgia Meloni a Israele affinché usi una forza proporzionata?
«Non si tratta di interpretare Giorgia Meloni: le parole della premier italiana sono chiare e vanno accolte come tali. L’Italia è tra i più stretti alleati di Israele in Europa e il dialogo tra i due Paesi è costante. Condividiamo i valori di pace e stabilità, ma Israele si trova coinvolto in una guerra durissima contro Hamas, un’organizzazione terroristica che usa la propria popolazione civile come scudo per rafforzarsi e mantenere il potere nella Striscia di Gaza. Non dimentichiamo che ci sono ancora circa cinquanta ostaggi, tra cui almeno una ventina che sarebbero vivi e subiscono torture. In questo contesto, parlare di proporzionalità è complesso: Israele è obbligato a difendere il suo popolo. Israele non colpisce i civili di Gaza: combatte Hamas, non la popolazione palestinese».

Come risponde Israele alle accuse di eccessive vittime civili?
«La guerra è contro Hamas, non contro i cittadini di Gaza. Ogni vittima innocente ci addolora profondamente, perché il dolore di una madre è uguale ovunque. Israele fa di tutto per limitare i danni ai civili: avvisi prima dei bombardamenti, volantini, telefonate, persino il cosiddetto “knock on the roof”, i colpi di avvertimento sui tetti. Nessun altro esercito al mondo, in una guerra in corso, adotta cautele simili. Ma i terroristi si mescolano ai civili, li usano come scudi umani e, durante le evacuazioni verso le safe zone, si sono infiltrati insieme a loro portando con sé anche gli ostaggi, rendendo ancora più complesso il combatterli. È una tragedia, ma inevitabile in un conflitto imposto da Hamas».

Israele ha annunciato la costruzione di due nuovi centri di distribuzione di aiuti umanitari nel sud della Striscia di Gaza. Cosa significa questo passo e quale ruolo hanno gli Stati Uniti in questa operazione?
«Negli ultimi mesi, nel quadro degli sforzi per portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza secondo le direttive politiche, sono stati aperti centri di distribuzione alimentare che oggi diventano cinque, grazie al sostegno costante dell’amministrazione americana e della Gaza Humanitarian Foundation. Solo dall’inizio dell’estate sono stati distribuiti oltre 2,3 milioni di pacchi alimentari a famiglie bisognose. I due nuovi centri nel sud della Striscia sostituiranno quello di Tel al-Sultan, migliorando sicurezza e capacità di risposta. Questo dimostra che Israele non solo non ostacola gli aiuti, ma lavora attivamente per consentirne il flusso, anche in collaborazione con partner internazionali».

Come affronta Israele l’ondata di antisemitismo in Europa e il dilagare dell’odio online?
«La domanda andrebbe rovesciata: come reagiscono l’Europa e l’Occidente di fronte a questa minaccia? L’antisemitismo non è solo un problema ebraico, è un pericolo globale che mina i valori stessi della civiltà europea: libertà, democrazia, pluralismo. Le manifestazioni di odio che vediamo oggi ricordano le pagine più oscure della storia. I governi europei devono contrastarle con decisione: il dilagare dell’odio antiebraico è paragonabile a uno tsunami».

Che ruolo può avere l’Italia nella politica mediorientale europea?
«L’Italia è un partner prezioso, impegnato nella stabilizzazione dell’area. Israele è grato per il progetto “Food for Gaza”, che consente l’ingresso di aiuti umanitari, e per la disponibilità a curare nei suoi ospedali i feriti provenienti da Gaza. Roma contribuisce anche alla missione UNIFIL al confine nord di Israele, e il dialogo costante con il nostro Paese è fondamentale. Speriamo che l’Italia continui a sostenere questa linea anche nell’Unione Europea, mantenendo vivo il dialogo con Israele».

Giorgia Meloni ha ricordato l’iniziativa italiana di ospitare bambini palestinesi malati. Israele la approva?
«Sì, la sosteniamo. Non solo l’Italia, ma ogni Paese che desideri curare bambini o civili feriti ha il nostro via libera. È un gesto umanitario che va apprezzato».

Come valuta la posizione del Vaticano sulla guerra in corso?
«Israele riconosce l’importanza del Vaticano per il mondo cristiano e apprezza il suo ruolo. Ci auguriamo che la Santa Sede contribuisca a calmare gli animi e che mantenga una posizione equilibrata».

Quali iniziative vengono intraprese in Italia per mantenere viva la memoria del 7 ottobre? Giuseppe Conte, per esempio, ha parlato di «retorica» del 7 ottobre.
«È doloroso definire “retorica” il 7 ottobre. Da allora lavoriamo per dare voce agli ostaggi, alle donne stuprate e uccise, ai bambini massacrati, alle famiglie distrutte. È una ferita aperta, non un ricordo lontano. Israele vive ancora dentro quell’incubo: nelle piazze, nelle interviste, nelle manifestazioni e nelle mostre artistiche che ricordano chi è ancora prigioniero. Fino a quando gli ostaggi non torneranno a casa, Israele non potrà andare avanti. Chiamare tutto questo “retorica” significa non comprenderne la portata disumana».

Come giudica le proteste anti-Israele in Europa?
«Sono lo specchio della nuova ondata di antisemitismo. Israele condivide con l’Europa i valori di libertà e progresso: la nostra scienza e la nostra tecnologia hanno contribuito a scoperte mediche e innovazioni che servono al mondo intero. Eppure si protesta contro Israele, non contro Hamas. Perché non si vedono manifestazioni contro un’organizzazione terroristica che opprime i propri civili? Non è certo colpendo Israele che si liberano gli ostaggi o si mette fine alla guerra».

Al Festival del Cinema di Venezia alcuni attori e registi hanno chiesto il boicottaggio di Israele. Lei cosa pensa?
«L’arte e la cultura dovrebbero essere spazi liberi da pressioni politiche, luoghi di apertura e confronto. Escludere voci israeliane significa negare i valori stessi della società liberale che si dice di difendere. La Biennale di Venezia è sempre stata un’arena di dialogo e Israele vi partecipa da decenni: confidiamo che continuerà a esserlo».

Israele può ancora fidarsi delle Nazioni Unite dopo le ultime risoluzioni? E cosa pensa del caso Francesca Albanese?
«Israele riconosce il valore delle organizzazioni internazionali e ha sempre partecipato attivamente al loro lavoro. Tuttavia, negli ultimi anni la politicizzazione ha offuscato la loro missione professionale. Abbiamo visto rapporti distorti, come l’ultimo rapporto IPC, che, attraverso dati manipolati, sostengono una narrazione secondo cui Israele sarebbe responsabile di una carestia a Gaza, e addirittura negano le violenze subite dalle donne israeliane il 7 ottobre. È inaccettabile dover dimostrare che donne ebree sono state violentate per ottenerne il riconoscimento. L’operato della relatrice speciale Francesca Albanese è un esempio lampante di parzialità e linguaggio antisemita. Tutto questo ha incrinato la percezione stessa dell’ONU in Israele: un tempo sinonimo di equilibrio, oggi non più. Ciò nonostante, continuiamo a impegnarci al suo interno, perché crediamo nella cooperazione multilaterale e non vogliamo lasciare spazio alle manipolazioni».

Vede una minaccia concreta dall’Iran non solo verso Israele, ma anche contro l’Europa e l’Italia?
«Sì. Se Teheran non avesse intenzioni ostili, perché sviluppare missili capaci di colpire Roma, Parigi o Londra? L’Iran potrebbe investire in infrastrutture e benessere del proprio popolo, invece punta ad armamenti che minacciano l’intero continente. Questa è la domanda che l’Europa deve porsi con urgenza».

Quale messaggio vuole rivolgere oggi all’opinione pubblica italiana?
«Invito i cittadini italiani a guardare la complessità, a non ridurre la realtà a bianco o nero. Scendere in piazza per Hamas significa sostenere il terrorismo, un’organizzazione che spara sui propri civili e li usa come scudi umani. Israele apprezza profondamente il legame con l’Italia: gli israeliani amano l’Italia e il suo popolo, e vogliamo che questa amicizia resti solida anche oltre la guerra. La speranza è di ricostruire insieme, quando il conflitto sarà finito».

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