Chi sta affamando davvero Gaza Video di Naftali Bennett a cura di Giorgio Pavoncello
Chi sta affamando Gaza? Gli aiuti alimentari da Israele alla popolazione della Striscia sono aumentati ormai del 40% rispetto al periodo pre-bellico. Eppure continuiamo a vedere scene di persone affamate che si accalcano per accaparrarsi il cibo. La realtà è che Hamas usa gli aiuti alimentari come strumento per assoggettare la popolazione. Un video dell'ex premier Naftali Bennett (tradotto con intelligenza artificiale) pieno di dati e prove, ve lo dimostra.
Rula Jebreal trova un'ebrea di sinistra che spara accuse gratuite a Israele, stavolta sui giornalisti uccisi Le interviste ignobili de La Stampa
Testata: La Stampa Data: 29 agosto 2025 Pagina: 6 Autore: Rula Jebreal Titolo: «Jodie Ginsberg: A Gaza nessun errore Israele colpisce apposta i reporter palestinesi»
Rula Jebreal trova un'ebrea di sinistra che spara accuse gratuite a Israele, stavolta sui giornalisti uccisi Le interviste ignobili de La Stampa
Ci risiamo, Rula Jebreal intervista un'altra ebrea di sinistra che, "in quanto ebrea" ha più voce in capitolo e credibilità quando attacca lo Stato ebraico. Ma quel che dice l'intervistata, Jodie Ginsberg, del Comitato per la protezione dei giornalisti, è ugualmente un attacco infondato a Israele e alle sue forze armate. La Ginsberg, infatti, ritiene che vi sia un piano israeliano per eliminare sistematicamente i giornalisti a Gaza. Ignorando due aspetti fondamentali. Primo: gli errori sono sempre possibili, in ogni guerra ci sono vittime collaterali e Israele per primo ammette gli errori quando si verificano. Secondo: che quasi tutti quei giornalisti sono organici di Hamas e quando vengono presi di mira specificamente è perché sono terroristi, non perché giornalisti. E non è una tattica per "infangare" quei giornalisti dopo la morte: sono loro stessi che hanno ammesso la loro appartenenza a Hamas e soprattutto hanno messo per iscritto il loro entusiasmo per il 7 Ottobre. Un terrorista, anche se munito di telecamera e ingaggiato da agenzie e giornali, resta comunque un terrorista, dunque un bersaglio legittimo in una guerra al terrorismo. Nessuna parola invece su uno dei pochi giornalisti liberi di Gaza, Omar Abd Rabou che, proprio perché critico di Hamas, viene perseguitato e minacciato di morte. E nessuno si occupa di lui.
Ecco il testo dell'intervista di Rula Jebreal:
Jodie Ginsberg è una giornalista americana e la presidente del Comitato per la protezione dei giornalisti, carica che ricopre dal 2022.
Israele ha liquidato l'uccisione dei giornalisti palestinesi. Netanyahu dice che era è stato un errore, mentre i comandanti che hanno dato l'ordine del doppio attacco, dicono che era stato coordinato con i militari e approvato dai loro superiori. La soddisfa la spiegazione di Israele?
«C'è sicuramente una modalità di azione che abbiamo osservato, non solo nell'attuale guerra genocida, ma anche nei decenni precedenti. Molto spesso, dopo l'uccisione dei giornalisti, Israele ha negato la propria responsabilità. Anche nel caso dell'uccisione di Shireen Abu Akleh, inizialmente ha provato a dire che non era responsabile e poi ha ammesso che un cecchino israeliano l'aveva uccisa. In alcuni casi si è insinuato che i giornalisti coinvolti fossero terroristi, in altri che si fosse commesso un errore. In questo caso, invece, hanno detto che si è trattato di una disattenzione, che è un modo grossolano di definire l'uccisione di 20 civili. Disattenzione è quando inavvertitamente rovesci un bicchiere. Non quando si uccidono degli innocenti. L'indagine solleva molte altre domande e dubbi seri».
Dicono che c'era una telecamera di Hamas che operava dall'ospedale. Era la stessa telecamera che stava utilizzando Reuters?
«Israele non entra nei dettagli del processo decisionale. Quali misure sono state adottate per cercare di ridurre al minimo le lesioni e i danni ai civili, cosa che fa parte della responsabilità delle parti belligeranti? Sono tutte domande inquietanti, che rimangono senza risposta».
Israele ha ucciso 280 giornalisti palestinesi, accusando alcuni di essere terroristi, come Ismail Al-Ghoul, accusato di essere parte di Hamas dal 2007. All'epoca aveva dieci anni. Qual è l'obiettivo di criminalizzare i giornalisti dopo la loro morte?
«La tattica di diffamare e criminalizzare i giornalisti chiamandoli terroristi è qualcosa che non vediamo solo nei regimi autoritari. Si mette in dubbio l'affidabilità del giornalista per promuovere la narrativa del potere. Questo è particolarmente vero ora a Gaza. Israele vuole controllare la narrazione. In alcuni casi prende di mira i giornalisti, in altri attacca le strutture dei media. Accusa i giornalisti di essere terroristi o simpatizzanti, fornendo poche prove credibili. Nessuno ha però usato questi argomenti con i giornalisti ucraini. È una strategia di disumanizzazione».
La fotoreporter Valerie Sink ha dato le dimissioni da Reuters, sostenendo l'accusa lanciata anche dai giornalisti palestinesi: i media occidentali hanno tradito, ignorato e giustificato l'uccisione dei giornalisti palestinesi. Cosa ne pensa?
«Molti giornalisti israeliani hanno prestato servizio militare in Israele e si sono fatti fotografare con leader che sono incriminati per crimini di guerra. Io ho intervistato Gerry Adams . Il Regno Unito lo considerava così pericoloso che alla Bbc non era permesso trasmettere la sua voce. L'idea che aver avuto legami o di aver intervistato gruppi terroristici invalidi tutto ciò che fai, riflette quel doppio standard, secondo il quale le regole che noi applicheremmo o la libertà d'azione che concederemmo in qualsiasi altro contesto, non vengono concesse al nostro collega palestinese».
I sondaggi sull'opinione pubblica israeliana rivelano che il 78% di essa pensa che a Gaza non ci sia nessun innocente. Ritiene che la disumanizzazione totale abbia contribuito al numero enorme di giornalisti assassinati?
«C'è stato un autentico successo della hasbara nel dipingere tutti i palestinesi come terroristi. Poi c'è la paura che criticare Israele equivalga all'antisemitismo. Questo rende riluttanti a riportare i fatti in modo obiettivo. Le critiche alla politica di Israele e l'odio verso gli ebrei sono questioni totalmente separate e non dovrebbero essere mescolate e utilizzate per soffocare le critiche».
Anas Al-Sharif ha vinto un Pulitzer per Reuters, Miriam Abu Dagga lavorava per Ap. Eppure, quando giornalisti sono stati assassinati, questi media non hanno nemmeno scritto i loro nomi. I giornalisti palestinesi si sentono traditi e accusano l'Occidente di complicità nel produrre consenso per il genocidio. Pensa sia così?
«Penso di sì. Senza entrare nei dettagli, il fallimento dei media in generale è dovuto all'incapacità di umanizzare i giornalisti che sono stati uccisi. Questo è un fallimento del giornalismo. Ho iniziato la mia carriera con l'idea ben inculcata in me che dovevamo usare una voce attiva, non passiva. Parliamo di "vite perse" come se avessimo smarrito qualcuno, invece di dire che Israele ha assassinato giornalisti. E questo non voler identificare i responsabili è un fallimento. Il fatto di non aver fatto il nostro lavoro ha contribuito alla percezione più ampia da parte dell'opinione pubblica che forse la risposta di Israele al 7 ottobre era proporzionata o giustificata. Non è così».
La commissione speciale dell'Onu ritiene che il divieto ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, la censura mediatica, l'uccisione mirata dei giornalisti palestinesi, siano una strategia precisa per bloccare l'accesso globale alle informazioni. È così?
«Assolutamente sì. Ciò che Israele ha messo in campo è un tentativo sistematico di censurare le informazioni provenienti da Gaza e di controllare la narrazione. Si va dal prendere di mira i giornalisti e ucciderli deliberatamente, all'attaccare le strutture dei media, fino alla chiusura di agenzie di stampa e alle sanzioni nei confronti di testate giornalistiche come Haaretz: tutto ciò fa parte di un chiaro tentativo di controllare la narrazione».
Israele sta ingaggiando "influencers" per fare propaganda mentre impedisce alla stampa internazionale di entrare a Gaza. Che consigli dà ai media Occidentali per bypassare questo blackout mediatico?
«È importante essere trasparenti su dove si ottengono le informazioni. Le testate giornalistiche devono essere consapevoli del linguaggio che usano quando descrivono Gaza, e devono essere solidali con i giornalisti nella Striscia, che si sentono traditi e abbandonati. Dobbiamo dimostrare pubblicamente che sono nostri colleghi. Infine, penso che le testate giornalistiche debbano continuare a fare pressione affinché sia consentito loro l'accesso, per accertare le responsabilità degli omicidi dei giornalisti e garantire un passaggio sicuro a quei giornalisti che devono andarsene, in particolare a quelli feriti».
Israele, come la Russia, pratica il "double tap": il secondo attacco colpisce giornalisti e soccorritori. Anas Al-Sharif ha ricevuto tante minacce di morte, gli è stato intimato di non documentare il genocidio. Il comitato di protezione dei giornalisti ha sentito di minacce simili?
«Sì, assolutamente. Molti giornalisti hanno riferito di minacce ricevute perché smettessero di fare giornalismo, altrimenti sarebbero stati presi di mira. È stato così per Anas Al-Sharif e per la sua famiglia nel 2023, quando suo padre è stato ucciso. Questo non è il comportamento di un Paese democratico, perché anche in guerra ci sono delle regole. Esiste un diritto internazionale che regola il modo in cui trattiamo i civili. E qui non lo vediamo rispettato. Abbiamo assistito alla condanna internazionale ma nessuna azione concreta. Le parole non sono state accompagnate da alcuna azione internazionale. Quale incentivo ha Israele a fermarsi se non ci sono conseguenze alle sue azioni?».
L'Ue condanna l'uccisione dei giornalisti ma continua a fornire le bombe che ne causano la morte. Bastano le parole di fronte a una ipocrisia complice che uccide?
«Questo è il punto. Non basta che i governi che credono nei diritti umani si limitino a dirlo, mentre al contempo forniscono le armi con cui tali diritti vengono violati. Molti di questi Paesi, compresi gli Stati Uniti, dispongono di leggi che consentono loro di riconsiderare gli accordi commerciali e sulle armi se queste vengono usate per colpire civili o in modi contrari al diritto internazionale umanitario. Eppure non stiamo assistendo a nulla di tutto ciò. Abbiamo chiesto ripetutamente la sospensione dell'accordo di associazione con la Ue. Parte del nostro lavoro consiste nel garantire che le informazioni vengano fornite in modo che i responsabili politici possano prendere questo tipo di decisioni. Io lo faccio, e non capisco quali altre informazioni servano».
Piers Morgan ha scritto su X "questo è un genocidio di giornalisti". Che conseguenze avrà l'eccidio di giornalisti palestinesi a Gaza sul futuro del giornalismo internazionale?
«Il genocidio a Gaza ha enormi implicazioni per il nostro presente e il nostro futuro. Credo che il fallimento dei media nel riportare accuratamente i fatti abbia portato a questo risultato, così come il fallimento della comunità internazionale nel risolvere la questione. Tutto ciò avrà conseguenze terribili a lungo termine per tutti. Gli investimenti fatti da Israele per controllare la narrazione hanno avuto successo, come dimostra il modo in cui è stato riportato questo genocidio. Ciò ha enormi implicazioni. La repressione, la censura e la violenza di Stato saranno usate contro i critici e i giornalisti ovunque».
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