La verità è una vittima degli Accordi di Abramo? 26/04/2021
Analisi di Ben Cohen
Autore: Ben Cohen
La verità è una vittima degli Accordi di Abramo?
Analisi di Ben Cohen

(traduzione di Yehudit Weisz)

https://www.jns.org/opinion/is-the-truth-a-casualty-of-the-abraham-accords/

Abraham Accords Reframe Conflict and Isolate Regional Extremists - European  Eye on Radicalization
La firma degli Accordi Abramo

C'è un vecchio adagio dalla paternità contesa che ha viaggiato nei secoli: In tempo di guerra, la verità è la prima vittima. Come lo ha ben spiegato lo scrittore inglese Samuel Johnson nel XVIII secolo, la guerra genera “le falsità dettate dall'interesse e incoraggiate dalla credulità.” È sempre stato così. Ma si può ribaltare la stessa tesi…. La verità è anche una vittima della pace?  Sto ponendo questa domanda in relazione agli “Accordi di Abramo”, la serie di trattati storici di normalizzazione bilaterale raggiunti nell'autunno del 2020, prima tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, e subito dopo, tra Israele e Bahrein, Oman, Sudan e Marocco. Quei trattati furono firmati con enorme clamore e rimane tuttora visibile quello che qualcuno ha definito “lo spirito degli Accordi di Abramo”.

In particolare lo si percepisce dai social media, visto che gli utenti di Twitter continuano a meravigliarsi di convenzioni che sembravano impensabili 20 anni fa. Matrimoni e Bar Mitzvah a Dubai? Surfisti israeliani in Oman? L'incredibile potenziale commerciale di pace tra il creativo e imprenditoriale Israele e i ricchi Stati arabi del Golfo, affamati di importazione? La rimozione di antisemitismo e antisionismo dai libri di testo scolastici di questi stessi Paesi? L'opportunità per gli ebrei Mizrahi di familiarizzare con le terre e le culture da cui furono espulsi i loro antenati? Una donna, alta dirigente di Etihad Airways, che parla pubblicamente in ebraico? Cosa manca, francamente, da festeggiare? Questi risultati sono reali, quindi è comprensibile l'atmosfera di puro ottimismo che li circonda. Tuttavia l'ambiente positivo della pace può essere censorio della verità quanto l'ambiente negativo della guerra, perché, come avrebbe detto Johnson, “l'interesse impone” che ci sono determinati argomenti che non dovremmo affrontare e certe osservazioni che non dovremmo fare sui nostri nuovi amici, affinché la pace non venga disturbata. Quanto segue, quindi, delinea una verità fondamentale che rischia di diventare una vittima degli Accordi di Abramo, da presentare sia agli ebrei che agli arabi entusiasti di questi accordi in uno spirito di apertura mentale. Una forma moderna di schiavitù, nota come “sistema kafala”, prevale ancora in tutto il Golfo Arabo, dove coinvolge milioni di lavoratori migranti. Chiamare questo sistema “schiavitù” non è un’immagine illusoria di retorica; negli Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman, così come in Kuwait, Arabia Saudita e Qatar, i datori di lavoro arabi controllano ogni aspetto della vita dei lavoratori stranieri che loro sfruttano, compreso il diritto umano elementare di questi lavoratori dal Bangladesh, India, Nepal, Pakistan e da più lontano, di andare e venire a loro piacimento.

Negli ultimi dieci anni, il sistema kafala ha attirato molto l’attenzione dei media, principalmente per la terribile situazione dei lavoratori migranti in Qatar che stanno costruendo stadi e altre strutture per la Coppa del Mondo FIFA 2022. Il problema si fa particolarmente sentire negli Emirati Arabi Uniti, dove quasi 8 milioni di lavoratori migranti costituiscono l'80 per cento della popolazione totale. Ciò significa che la stragrande maggioranza dei residenti negli Emirati Arabi Uniti vive senza alcun significativo diritto. Gli eleganti hotel di Dubai sono un universo lontano dalle condizioni di ristrettezze e di miseria, che la maggior parte dei lavoratori migranti deve sopportare nella stessa città. Una volta arrivati negli Emirati Arabi Uniti, i loro passaporti vengono confiscati dai loro datori di lavoro, che poi decidono dove alloggiare questi lavoratori e la misera paga con cui saranno pagati, stabilendo anche cosa possono mangiare e quando è loro consentito andare in bagno. La retribuzione mensile media è inferiore a 200 dollari, mentre l'orario di lavoro varia dalle 16 alle 21 ore al giorno, senza alcun intervallo. La situazione è particolarmente grave per le lavoratrici domestiche, che sono costrette a lavorare anche nei fine settimana e che spesso si trovano a subire abusi fisici e sessuali da parte dei loro datori di lavoro. Nonostante un flusso regolare di rapporti strazianti da parte di organizzazioni per i diritti umani, denunce da parte dei media delle condizioni affrontate dai lavoratori migranti e persino dichiarazioni occasionali di condanna da parte di dignitari stranieri, le nazioni del Golfo continuano a mantenere il loro sistema kafala offrendo assicurazioni che importanti riforme stanno per essere organizzate. Ma quelle riforme non si manifestano mai perché non c'è motivo politico per farlo, se non quello di calmare una manciata di critici esterni. Nessuno dei responsabili del mantenimento del sistema kafala - senza il quale questi Paesi non potrebbero funzionare come fanno - ha un qualche incentivo a migliorarlo. Non devono neppure affrontare sanzioni se non lo fanno.

Nel settembre dello scorso anno, una giornalista di The Guardian è riuscita a parlare delle loro vite con alcuni dei lavoratori migranti a Dubai. “È passato più di un anno da quando sono stato in grado di inviare denaro a casa. Dato che sto morendo di fame, non posso inviare nulla”, le disse un pakistano di 39 anni, che non veniva pagato da 10 mesi . “Siamo malati e stanchi di questo posto e vogliamo scappare. Ma non posso tornare indietro senza niente.” Finché sussiste il sistema kafala, ci sarà un flusso infinito di storie altrettanto strazianti. Non prevedo che gli Emirati Arabi Uniti o uno dei suoi vicini, assomiglieranno nei prossimi anni a qualcosa di simile a una democrazia liberale. Né penso che la riforma democratica dovrebbe essere una condizione per le relazioni diplomatiche con questi Paesi, anche se colpisce il fatto che la ONG americana Freedom House, che classifica Israele come l'unica società “libera” nella regione, dia all'Iran 16/100, agli Emirati Arabi Uniti 17/100 e al Bahrein 12/100 sul suo ultimo indice di “libertà nel mondo”. Tuttavia ci sono alcuni crimini, non riconosciuti tali da uno Stato, che sono così mostruosi da non essere compatibili con l'appartenenza al mondo civile. Il genocidio è uno di quei crimini; un altro, direi, è la schiavitù. E che ci piaccia o no, la verità rimane: la schiavitù è viva e vegeta in quegli Stati arabi che hanno fatto la pace con Israele, proprio come lo è in quegli Stati arabi che hanno in programma di fare la pace con lo Stato ebraico nel prossimo futuro.

Ben Cohen Writer - JNS.org
Ben Cohen, esperto di antisemitismo, scrive sul Jewish News Syndicate